nov
19
Posted by Ethel on
novembre 19, 2008
Sono certa che almeno una volta, magari dopo una giornata disastrosa, durante un litigio, o un altro evento fonte di stress, vi sia capitato di fare dei gesti o dire delle parole non proprio consone davanti ai vostri figli.
Se non vi è capitato siete dei santi e non vi serve la lettura di questo articolo, o potreste anche leggerlo, qualora vi ritroviate in condizioni simili in un futuro.
Che vi sia capitato o meno penso che tutti saprete che i bambini sono delle spugne e, se si tratta di gesti con enfasi negative, sembrano addirittura dei magneti.
Come risolvere il problema?
Tutti risponderete evitando certi atteggiamenti.
Accademicamente parlando non fa una piega, ma se consideriamo che viviamo nella realtà e non nella idealità, ciò non può essere deciso a tavolino.
Ci capiterà magari che nostro figlio dica una parolaccia e noi lo sgridiamo e lui ci dica… ‘MA LO DICI ANCHE TU!’.
Loro non conoscono il significato delle parole, le ripetono come ripeterebbero CIAO, MAMMA, PAPA’… ed è allora che i sensi di colpa ci attanagliano…ma rendiamoli proficui…tanto ormai il danno è fatto!
Possiamo approcciare così: ‘davvero mamma/papà ha detto questa parola!?…Ma era davvero arrabbiata/o quando l’ha detta?… Sai cosa significa?’.
Poi si può proseguire dicendo che talvolta i grandi non riescono a piangere e il loro modo di soffrire è dire o fare delle cose che in realtà non dovrebbero essere fatte e che sareste molto felici se, quando si sbagliano, ci fosse qualcuno che li sgridasse.
Questo responsabilizza molto il bambino, lo rende un po’ genitore e, se gli porgete la mano dicendo che può anche darvi una botta così la prossima volta non vi capiterà più, anche se non vi colpisce la mano, avvertirà il messaggio in modo positivo…provare per credere!
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nov
17
Posted by Ethel on
novembre 17, 2008
Chi di voi lettori non si è mai spazientito in seguito ad un atteggiamento reiterato del bambino, anche in modo forse troppo fulminante?
Talvolta queste risposte, dettate più da stress che dalla reale volontà di sgridare il figlio, possono essere assai improduttive, perché non sempre è chiaro al bambino quanto può essere nocivo un atteggiamento…lui scoppia a piangere….voi vi esasperate ancora di più e…non avete risolto niente!
La cosa migliore, a prescindere di come decidiate di redarguire vostro figlio è spiegargli perché il suo atteggiamento può essere nocivo, a se o agli altri non importa, quindi sollecitarlo a smettere.
Se il bambino prosegue, punirlo subito potrebbe non permettere al bambino di focalizzare il perché, in quanto essendo troppo preso dal gioco è possibile anche che non abbia recepito l’ammonizione, ed è qui che interviene l’1-2-3.
Sono tre numeri magici durante i quali voi cercherete di calmarvi e, anche il bambino ha il tempo di calmarsi e riflettere sulle vostre parole.
Durante il vostro conteggio potete ripetergli l’ammonizione, in quanto lui è sicuramente molto più attento di prima alla vostra reazione e, cosa assai importante…
Dopo ogni conteggio, se non è riuscito a contenersi, dovete sempre provvedere con una punizione. Questo è importante perché voi gli state chiedendo di non nuocere a se e agli altri e perché, nella società umana, chi non si astiene dal nuocere a se o agli altri, viene punito e, tra le altre cose, risulterete più credibili per le future ammonizioni!
Faccio un esempio nel mondo adulto, poiché in realtà è uno schema della vita, non solo dell’educazione: poniamo che, come ammonizione ci sia quella che, se non si ha il biglietto dell’autobus si viene multati. Nel caso in cui i controllori non ci sono mai si pensa che l’ammonizione sia solo un modo per spaventare e a lungo andare diventa meno credibile, se invece i controllori sono sempre, o periodicamente, presenti, non ci si può approfittare del sistema.
Concludendo: l’1-2-3 serve sia a voi per chiarire le motivazioni del vostro dissenso, sia a vostro figlio per ragionarci su, sia a voi per prendere dei provvedimenti educativi ed esporli alla vostra piccola peste, sia a lui di scegliere se correre il rischio o no, di essere punito… ma se è convinto che il divertimento che sta provando per quella cosa valga la punizione…questa deve arrivare, perché anche i ladri sanno che se rubano vanno in prigione, e guai se non fosse così.
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nov
15
Posted by Ethel on
novembre 15, 2008
Come altri articoli anche questo è stato suggerito da un frammento di vita familiare vissuto in prima persona.
Vi potreste fare matte risate, ma c’era qualcosa di tragico nell’accaduto.
Dopo cene i miei figli sono abituati a mangiare il budino e, la scorsa sera si sono cimentati in una gara all’ultima leccata per chi pulisse meglio il bicchierino del budino.
Io ero l’arbitro
Vinse nettamente il piccolo e io… lo decretai vincitore!
ApRiTi CiElO!!!
La grande cominciò ad esultare vivacemente e a dire che era lei la vincitrice e il piccolo iniziò a piangere a dirotto risentito facendomi vedere e a farmi capire che era lui ad avere vinto.
Io ero incredula…
Non sapevo come gestire la cosa…mi sembrava sciocco e me ne sono stata lì a vedere se il dramma si sgonfiava da solo…ma… NIENTE!
Allora provvidi prima a consolare il piccolo facendogli rilevare che sapevo che aveva vinto lui e cercai di placare l’euforia prevaricatrice della grande.
Il piccolo si calmò ma la grande scoppiò in un pianto accorato… e fu lì che capii dov’era il dramma!
Aveva perso… contro il fratello!
A lei non importava quanto fosse stupida la gara.
La prima cosa che mi venne in mente fu quella di dirle che non era importante che per una volta aveva vinto il fratellino, poiché lei, essendo più grande, riusciva a vincerlo quasi sempre.
Le spiegai poi, che il suo gesto di coprire il gesto del fratello non era giusto, perché era come togliergli una medaglia conquistata.
Le dissi che capivo il motivo del suo pianto e che era giusto che piangesse, se l sentiva veramente così forte.
La abbracciai. La accarezzai. Le diedi un bacio e lei… ancora a piangere…e piangere…
Dopo un po’ che consumava le sue lacrime, decisi che probabilmente era ora di interromperla e darle le proporzioni giuste dell’accaduto.
Con tono meno accondiscendente di prima, ma dolce le dissi ‘…e poi stai piangendo perché hai pulito male il bicchiere del budino…non è esagerato?’.
Penso proprio di aver colto il momento giusto; lei fece un piccolo sorriso di comprensione dell’accaduto e smise istantaneamente dipingere e… si addormentò.
Morale della favola: dietro ad ogni conflitto ci sono dei ruoli che vengono messiin discussione.
Come possiamo risolvere il conflitto…far capire che non si è di parte, far capire la vostra empatia con i sentimenti delle singole parti contendenti, far sfogare i risentimenti e… solo alla fine…sminuire l’accaduto.
Ciò permette alle singole parti di avere il proprio momento di gloria, cioè di vostre attenzioni.
Nel caso particolare: il piccolo ha avuto riconosciuta la sua vittoria e la grande ha avuto l’attenzione dei genitori per un suo conflitto interiore… cosicché…HANNO VINTO TUTTI!
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ott
25
Posted by Ethel on
ottobre 25, 2008
Penso che vi sia capitato spesso che voi non vogliate che i vostri figli non facciano qualcosa ma che molti bambini intorno a voi lo fanno.
È una situazione molto scomoda nella quale uno si può trovare in quanto è facile avere dei principi, ma quando si vede che, a certe regole si può ovviare senza troppi rischi, come spiegate a vostro figlio il fatto che non cambiate la vostra opinione?
Io sono una mamma molto permissiva su alcuni punti e poco su altri: nel gioco hanno la massima libertà poiché le uniche regole sono STATE ATTENTI e RISPETTATE GLI ALTRI, ma per quanto riguarda i compiti, il mangiare, la TV e tutto ciò che io ritengo faccia parte della sfera educativa sono molto intransigente e le eccezioni le sottolineo con forza.
Al parco talvolta mi trovo in difficoltà perché ci sono accanto i giochi a pagamento ai quali ritengo non sia costruttivo far andare i bambini perché già sono abbastanza caricati di tecnologia e un parco è il luogo migliore per il bambino di scoprire la natura e la gioia di rilassarsi con giochi che seguono il ritmo del suo corpo e non con giochi che gli dettano il ritmo.
Mantenere il punto è facile…fino a quando non vedono che gli altri bambini con cui stavano giocando vanno tranquillamente sulle giostre a pagamento e da lì… inizia la mia lotta:
- il mio primo salvataggio è che non porto soldi con me, ma se pensate che questo basti vi sbagliate, mi cominciano a tartassare dicendo che li chiedono alle altre mamme ( pensa che figura!)
- inizia la mia opera per distoglierli da questo punto, dicendo che ogni bimbo ha la sua mamma e che non è giusto chiedere soldi alle altre mamme
- dopo che si sono convinti (o quasi) della cosa mi chiedono perché non porti i soldi e lì, in quel momento, comincio a dargli le mie ragioni.
Conclusione: ritengo sia fondamentale farli soffermare su ciò che hanno, piuttosto che su ciò che non hanno, li faccio riflettere su quanto si siano già divertiti e sul fatto che il divertimento non è legato ai soldi e che le cose semplici sono più belle.
Questo è un esempio, ma ne potrei fare molti altri.
I punti salienti sono:
- quando date una regola siatene convinti, perché se vacillate anche una sola volta i bambini vedono la regola come una vostra presa di posizione più che ad un principio in cui credete;
- cercate sempre di trovarvi nella condizione in cui siete costretti a dire no (es. non portate i soldi) questo vi permette di iniziare la contrattazione che poi porterà al dialogo che si concluderà con l’esposizione dei vostri principi, quelli che in realtà volete trasmettere con la vostra regola;
- fate sempre notare loro di quanto hanno e quanto gli permettete in modo da fargli capire che il vostro NO è in mezzo ad un mare di SI’ e non è giusto che non vengano visti.
Su quest’ultimo punto voglio soffermarmi brevemente, e ci ritornerò successivamente: fate in modo che i vostri NO non siano la regola poiché il bambino non è libero di autoregolarsi e di conoscere la differenza tra un SI’ e un NO!
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set
30
Posted by Ethel on
settembre 30, 2008
Quando il bambino più grande inizia la scuola, il tempo che gli dedichiamo, perché faccia i compiti, in qualche modo viene sottratto al piccolo che pensa… ‘…e io adesso che faccio?’.
Per lo più, se non guidato, la cosa può portare il piccolo a sentirsi scarsamente considerato e comincerà a disturbare il fratello, che, non potendosi concentrare, impiegherà il doppio del tempo a fare i compiti, aumentando l’irritabilità del piccolo… e così via.
Per risolvere il problema possono essere applicate diverse strategie in base all’autonomia del grande nel fare i compiti: dedicarsi al piccolo mentre svolge i compiti, fargli fare i compiti mentre il piccolo sta dormendo, ma, la strategia che più preferisco è quella di mettere a fare i compiti anche il più piccolo.
Cosa?
Che orrore!
Beh, io non ho mai parlato di lettere e numeri ma ci sono diverse attività ricreative, tranquille che permettono al figlio maggiore di svolgere senza disturbi i suoi compiti.
L’ideale sarebbe associare anche qualcosa di didattico nel gioco in modo da far sentire in compagnia il neo-studente.
Un esempio potrebbe essere il gioco del domino con gli animali, facendogli ripetere il nome degli animali, un memory, un puzzle o un disegno o la lettura di un libro.
Per bambini più emulatori, che desiderano fare le stesse cose del fratello, ci sono un’infinità di libricini prescolari, che possono farlo sentire grande mantenendolo sempre nelle competenze della sua età.
Un’altra alternativa è preparare la cena vicino al grande facendovi aiutare dal piccolo, che, preso a tagliare le patate, dovrebbe essere abbastanza distratto da non essere interessato a disturbare il grande.
Ogni cosa voi scegliate, deve rispettare due semplici regole:
- l’attività del piccolo non deve essere eccessivamente attraente per il grande;
- e deve svolgersi vicino a lui in modo che non si senta escluso.
set
20
Posted by Ethel on
settembre 20, 2008

Non è facile, in attimi d’ira, controllare i propri istinti nei confronti di mostri urlanti e di fronte alla quasi totale distruzione della vostra collezione di bambole di porcellana, ma spesso non sono solo i problemi più evidenti, ma anche la normale amministrazione che può comportare un intervento di varia intensità per frenare le piccole pesti.
State parlando al telefono con una persona e non siete riusciti neanche a sentire il suo nome, state lavorando al computer e avete riletto la frase già 10 volte non capendone assolutamente il significato, avete appena risistemato la stanza e un uragano la rende tale che sembra che non la sistemiate da un anno, stando a tavola il caos sembra impedire a piatti e bicchieri di rimanere sul tavolo: diverse situazioni, ma tutte comportano un livello di stress notevole.
Come gestirle, non in base al danno, ma in base all’intenzionalità e alla coscienza che hanno i vostri figli dell’accaduto, e alla vostra buona coscienza che avete fatto tutto il possibile per evitare che accada (perchè non sempre la colpa è del bambino!).
Quando divenni mamma ero convinta che non avrei mai sculacciato i miei figli: bene non è stato così!
Ma quanto è meglio una punizione rispetto ad uno sculaccione?
Quando eravamo piccoli i genitori usavano lo sculaccione liberamente come metodo educativo, oggi invece sembra che bisogna solo parlare con i bambini e farli ragionare: ma non sempre è possibile e non sempre sortisce l’effetto giusto!
Molti, probabilmente senza figli o con figli già grandi e scarsa memoria, se gli parli di sculaccioni sembrano trasalire, adducendo argomenti quali la scarsa efficacia, l’induzione ad atti più violenti ed altre argomentazioni simili, proponendo in alternativa di ‘ragionare’ o ‘ far mancare la propri approvazione’.
Ma ora proviamo a vedere i contro di queste altre due proposte:
-’ragionare’ talvolta porta ad una serie di recriminazioni prive di ogni rimorso per il gesto compiuto
-’far mancare la propria approvazione’ si può trasformare in una gelida tortura psicologica.
Ora concentriamoci solo sul bambino, perchè in ogni discorso di adulti sui bambini, ci si ritrova a considerarli piccoli adulti con i nostri stessi parametri. Ma vediamo un evento dal punto di vista di un bambino di 4-5 anni. A quell’età i bambini sono molto impulsivi ed hanno memoria breve, spesso finita la marachella raramente, se vengono puniti riescono ad associare la punizione con l’atto compiuto, rendendo inutile e deprimente l’effetto della nostra reazione, invece gli sculaccioni, sono immediati, agiscono nell’attimo in cui il bambino è pienamente cosciente dell’azione a cui sono riferiti.
Spesso accompagnare l’atto della sculacciata con frasi di disapprovazione, in modo da sottolineare quale comportamento ha destato la vostra disapprovazione, rende ancora più eloquente il messaggio.
A questo punto penso di aver perso metà dell’approvazione delle persone che stanno leggendo questo post: vediamo di ritirare su le sorti!
Proviamo a pensare ad un bimbo che ha dato un calcio alla sorella e la madre che lo sgrida ricordandogli che gli è stato detto più volte di non picchiare le persone e lo manda in camera, o lo punisce non dandogli a cena il dolce, il bambino come si sentirebbe?
Prima di tutto non è detto che vada spontaneamente in camera e quindi la madre è costretta ad urlare o a portarcelo di peso (cosa che è potenzialmente illegale!), avendo dimenticato quello che ha compiuto, non riuscirebbe a capire il perchè della privazione del dolce.
E’ vero che nel momento dello sculaccione il bambino può avere un senso di perdita di dignità, ma quanto meno saprà che calciare, sputare, picchiare, sono associati a questa sensazione e limiteremmo anche i nostri interventi per impedire il ripetersi dell’evento.
Le numerose campagne antisculaccioni hanno sicuramente comportato la riduzione, della già ridotta , autostima delle mamme, le quali si devono sentire costantemente in colpa ogni volta che alzano la voce contro i loro figli, ogni volta che danno loro uno sculaccione, come se fossimo delle snaturate che non sono in grado di gestire una situazione senza che venga legiferata dall’esterno.
Troppe volte mi sono sentita in difficoltà perchè i miei ‘angioletti’ si erano trasformati in mostri difronte ad una platea nutrita di persone, che mi guardavano storto perchè non riuscivo ad intervenire adeguatamente su di loro, io avrei voluto dare loro uno sculaccione, che sapevo avrebbe fatto cessare il disagio collettivo in un attimo, ma il terrore di essere giudicata come una madre snaturata mi ha fermato, prolungando l’agonia collettiva.
Un giorno che mio figlio più piccolo prese il largo con un serio attacco di rabbia, mi trovavo nella sala di attesa dell’ambulatorio della mia pediatra, lei intervenne dicendomi ‘Gli dia uno sculaccione la prego!’, io intervenni immediatamente, il pianto si esaurì subito e… calma fu!
E’ normale che intervenire regolarmente su bambini di 7 anni o più con sculaccioni è differente, in quanto l’età permette un tipo di ragionamento diverso e le punizioni sono maggiormente comprensibili. Ma anche in questo caso bisogna stare attenti: spesso le punizioni creano loop di risentimento notevoli difficili da placare, che possono portare i due contendenti (genitore e bambino) nell’incapacità di ricordare il motivo del conflitto stesso… in tal caso? Retrocedere su una punizione non è sintomo di debolezza, ma di amore… far capire a nostro figlio che gli siamo vicini anche in mancanza di un suo comportamento consono non è viziarlo ma fargli capire che il nostro amore prescinde ogni suo comportamento, e sarà più propenso a capire le nostre buone intenzioni quando lo sgridiamo.
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12
Posted by Ethel on
settembre 12, 2008
Penso proprio che molta della mia sicurezza nel gestire alcuni problemi sia dovuta alla mia giovane età, che mi permette di essere un pò più sconsiderata degli altri nell’approcciare i problemi, lì dove sconsiderata non vuol dire che non valuta le conseguenze ma che è pronta a considerare per buone delle strade alternative.
Il mio straining sono stati i miei figli la cui diversità è sconvolgente, soluzioni valide per l’uno assolutamente non erano valide per l’altro e uno dei campi in cui i miei figli erano totalmente diversi era proprio il loro raporto con il ciuccio.
Questo trumento tanto adorato dalle mamme nei primi mesi di vita perchè le solleva da molte notti insonni o da un’attaccamento morboso del bambino al seno anche quando non ha fame, diventa un enorme peso al momento in cui bisogna insegnare al bambino a distaccarsene.
Quando ero piccola mia madre usò un metodo molto semplice: mi disse che ero troppo grande per il ciuccio e io, orgogliosa com’ero lo buttai subito. Ciò non tolse che nei giorni successivi lo chiesi, ma mamma non mancava di ricordarmi che ero stata proprio io a buttarlo.
E così feci con la mia grande. Intorno ai due anni e mezzo decisi che era il momento di togliere il ciuccio perchè il palato si stava irrigidendo e perchè i denti le stavano crescendo storti. Pensai subito al metodo di mia madre, che, come vi potete immaginare, non funzionò. Tergiversai per un periodo e poi decisi di fare un gioco con lei: ogni giorno il suo ciuccio andava a farsi una bella passeggiata e lei stessa lo riponeva ogni mattina nella credenza della cucina e la sera andavamo a vedere se era tornato. questo gioco durò per un’intero anno, fino a che decisi di dirle che il ciuccio non era tornato dalla passeggiata, perchè si era perso! Lei accettò la scusa e visse serenamente il distacco che già aveva imparato a maturare nell’anno precedente.
Per il secondo il problema non ci fu perchè decise che i ciucci nuovi non gli piacevano perchè erano troppo duri, così appena gli cambiai ilciuccio, intorno al primo mese, perchè era troppo logoro, lui decise di rifiutare il nuovo arrivato. Il problema sembrava scampato fin quando mi accorsi che l’interesse per il ciuccio si era trasferito sul biberon. Ciucciava tutta la notte, latte e biscotti, e quando il problema delciuccio si presentò anche per la tettarella fu la catastrofe: un vero lutto per tutta la famiglia. 5 ore per addormentarlo, più di 4 notti passate in macchina a dormire perchè era l’unico posto in cui riuscivo a farlo addormentare e poi ero terrorizzata al pensiero che si potesse risvegliare, sveglia prestissimo perchè era affamato (dato che era abituato a mangiare tutta la notte, lo credo bene), insomma la catastrofe. Dovemmo conservare la tettarella rotta per molto tempo in modo da ricordargli, negli attimi di sconforto, il suo amico biberon, ogni tanto gli riproponevamo altre tettarelle ma niente. Comunque dopo un mese tutto rientrò da solo, senza il minimo sforzo se non quello di assecondare i suoi momenti di nostalgia.
Cosa può aver insegnato questo approccio: il vecchio detto che il tempo cura tutti i mali è vero, il fatto che i bambini soffrano al cambiamento è normale, cerchiamo di accompagnarli nell’accettazione del cambiamento standogli vicino e coccolandoli.
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