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Bambini Genitori Figli

Apr
18

La Familia Incredibili: non valutarsi in funzione degli altri

Posted by Ethel on Aprile 18, 2009

E’ facile nel mondo dei genitori entrare in competizione: ‘mio figlio è più bravo’  ‘mio figlio fa più cose’ ‘Oh come sono impegnato…non puoi capire’ (come se gli altri non avessero impegni) insomma sembra si abbia un atteggiamento costante in cui si fa a gara a chi dà di più ai propri figli o a chi fa di più o… spesso sembra quasi che ci si dimentichi realmente cosa richiedano i figli, tanto si è presi dal dargli… ma poi… ce l’hanno chiesto?

Ancora: ‘Oh quant’è bravo quel bambino, così calmo… la madre deve essere molto brava!’

O.K. l’educazione, ma se un bambino è vivace o calmo questo non dipene dall’educazione, si può essere la mamma più brava del mondo ma se riesci a tenere un bambino vivace seduto per più di 5 minuti (e ho detto l’ipotesi più ottimistica)… sei o un mago o un naziskin.

Mettiamola sotto altri termini: se dovessero valutarmi come mamma in base a quanto sono calmi i miei figli… dovrei essere la peggiore delle mamme, eppure i miei figli sono sani, vanno bene a scuola, sono molto indipendenti… l’unica cosa è che se gli chiedi di stare fermi quando sono presi dal gioco si fermano dopo un’ora :-O.

Di cose sbagliate ne vengono fatte a tonnellate… tutti i giorni ed essere perfetti potrebbe essere uno degli errori più grandi che si possano fare!

Un’altra cosa cui sono spesso portati i genitori è valutare i propri figli in funzine degli altri bambini e questo penso sia uno degli errori più grandi: vostro figlio magari sarà un atleta ma potrebbe non amare la matematica, potrebbe invece essere un lettore accanito ma odiare gli sport.

I termini di paragone si debbono avere ma farli sentire il meno possibile e in caso, dare dei riferimenti non come ammonizioni di inferiorità o superiorità di vostro figlio rispetto ad altri ma come se voleste dargli una direzione dove andare.

Nessuno è migliore o peggiore di qualcun altro, ma siamo tutti diversi, con diverse attitudini e diverse passioni che ci porteranno, col tempo, lungo strade diverse, ma non per questo migliori o peggiori delle altre.

E’ un messaggio difficile da dare ad un bambino, e non sempre ci riesco a darlo… ora provo a darvi degli esempi di momenti in cui penso che il messaggio sia arrivato chiaro e forte.

Una volta chiesi a mia figlia come fosse andata l’interrogazione, felice mi annunciò il suo voto “ho preso 9e1/2… penso sia stato il voto più alto della classe…ma non mi ricordo se qualcuno ha preso più di me…” io la fermai e le feci capire che a prescindere dal fatto che qualcuno avesse preso o no un voto più alto del suo, il suo risultato era meraviglioso!
Stessa cosa successe ad un’altro compito, al quele però riuscì a prende a malapena la sufficienza, dopo che aveva studiato ed io ben sapevo cosa realmente sapesse. Non la sgridai, non c’era motivo, lei l’impegno lo avevo messo tutto, ma cercai di capire il perchè della lacuna domandandole quali erano le domande e come avrebbe risposto. Appurato che le risposte che avrebbe dato sarebbero state corrette… a me questo bastava… lei per me era da ottimo!

Questi sono esempi, ma non è sempre facile comportarsi lucidamente, soprattutto se abbiamo delle forti aspettative, ma quello che dobbiamo sempre avere in mente è che:

I NOSTRI figli sono UNICI e quindi non paragonabili ad altri, ma dobbiamo sempre tenere a mente il loro valore intrinseco e portarli sempre ad esprimerlo al MASSIMO… non chiediamo ai nostri figli di essere migliori di qualcun altro ma di essere al meglio delle LORO possibilità.

Le competizione con se stessi è la più sana perchè si vince ogni volta che si arriva a migliorare se stessi.


Apr
08

La Famiglia Incredibili: puntare sui propri successi

Posted by Ethel on Aprile 8, 2009


I propri successi. Sono tutte quelle volte che ci siamo trovati di fronte ad un problema e abbiamo avuto la forza, la capacità, le risorse per superarlo.

Ricordarsi questi momenti quando siamo in un periodo buio ci permette di attingere alle nostre risorse in modo più immediato. Perchè, quando siamo in preda ad un problema ci facciamo prendere dallo sconforto e questo ci appare più grande di quanto non sarebbe se noi fossimo coscienti delle nostre potenzialità.

Se siamo arrivati dove siamo arrivati nella nostra vita è perchè abbiamo superato delle difficoltà, più o meno grandi che esse siano, ma questo viene dimenticato tropo frequentemente…

E’ facile scordarsi dei problemi una volta superati, ma cerchiamo di non dimenticarci degli insegnamenti che ci hanno dato, della forza che abbiamo trovato per superarli, una forza che normalmente abbiamo, ma sopita perchè non necessaria nella vita di tutti i giorni… ma ce l’abbiamo, e possiamo attingere ad essa in ogni momento ne abbiamo bisogno.

Spesso quando racconto che sono arrivata alla fine degli studi con ude bambini mi viene chiesto ‘Ma come hai fatto?!?!’ e io puntualmente rispondo ‘Non lo so’.

Quello che so è che nel momento in cui si hanno dei problemi vengono messe in gioco delle forze enormi, che ci permettono di scalare la nostra montagna.

Quando elenco le cose che facevo ogni giorno talvolta mi rendo conto che  iritmi che tenevo erano veramente sopra le righe… ma non me ne accorgevo: dormivo neanche 5 ore a notte, studiavo 4 ore al giorno e per 5 ore stavo in laboratorio, poi 4 ore del pomeriggio le passavo con i miei figli e le restanti… frequentavo le lezioni se avanzava tempo tra il mangiare e gli spostamenti (ovviamente indispensabili).

In questo processo di memorizzare, interiorizzare e trovare la forza di superare le difficoltà ci ha aiutato questo sito.

L’impegno che abbiamo messo nella scrittura degli articoli, la spinta a trovare argomenti da trattare ci hanno portato a riflettere sulla mia vita, sul nostro essere genitore e questo ha permesso di trarre insegnamento dai nostri errori, che abbiamo osservato non vergognandoci di averli fatti ma felici di essere così umili nell’accettarli e nel giudicarli, farne le dovute modifiche e proseguendo nella nostra crescita.

E’ questo che insegna il saggio Rafiki a Simba…


Apr
03

Giochi di bambino…

Posted by Ethel on Aprile 3, 2009

La bellissima cameretta traboccante di giocattoli che accoglie l’arrivo del neonato è una macroscopica esternazione dell’amore dei genitori che, benchè ,per quanto riguarda i bambini, fino al conpimento del primo anno i giocattoli significhino ben poco per loro. Durante la prima infanzia ad appagare il bisogno di gioco valgono più le piccole trovate dei genitori che non gli ingegnosi prodotti del negozio specializzato.

Nelle prime settimane dopo la nascita il gioco non è importante; il bambino si sta ancora adattando alla nuova vita fuori dal grembo materno. Durante il secondo mese scopre la gioia di guardare una forma in movimento. Per quanto la definizione possa sembrare troppo estesa, si può dire, tuttavia, che l’osservazione di forme in movimento è il primo gioco del neonato.

Se appendiamo sopra al lettino qualcosa che si muove in un modo leggermente irregolare, inatteso, scopriamo che anche un bambino così piccolo è affascinato da quelle forme che cambiano posizione e le segue attentamente con lo sguardo. Questi soggetti nell’aria si riveleranno una fonte di intenso interesse. Ma se il movimento si ripete troppo spesso senza variazioni, l’interesse si affievolisce, secondo la legge fondamentale del gioco tra gli umani, che pone nella novità il segreto del divertimento.

A tre mesi, un nuovo stimolo viene dai sonagli o da qualsiasi oggetto che, agitato o percosso, provochi un rumore inconsueto. Se il bambino può tenerlo in mano e scuoterlo, meglio ancora, ma bisogna controllare oltre il rumore che produce, anche il materiale di cui è composto, le forme, il colore, perché queste realtà sono il modo in cui il bambino comincia a sfiorare il mondo delle cose.

Ma quel che piace di più al neonato è giocare con la madre. I giochi che si possono fare sono molteplici e sono uguali in tutto il mondo. Sono, le smorfie, il cucù, il solletico e ‘vola vola’. L’elemento più importante per il bambino nell’ambiente che lo circonda è la faccia dei genitori vicino alla sua. Quando ha imparato a riconoscerla, cioè a 3- 4 mesi, è pronto al gioco delle smorfie. Perché quella è una faccia amica e si diverte nel vederla cambiare o nascondersi per poi riapparire all’improvviso, godendo della scoperta che le cose familiari sono flessibili nell’aspetto. La familiarità nella novità è un altro segreto del gioco.

Le esperienze fisiche che gli dà un adulto facendogli un leggero solletico o strofinandogli il naso contro una guancia o facendogli provare le vertigini nel sollevarlo in aria o dondolandolo qua e là, danno alla mente esploratrice del bambino il piacere di conoscere le proprie sensazioni e di scoprire le leggi dell’equilibrio e la forza di gravità.

A poco a poco, mediante giochi di questo tipo, il bambino comincerà ad avere un quadro del suo nuovo mondo, ancora misterioso.

Genitori che giocano troppo con i bambini, altri troppo poco. Il rischio di esagerare è facilmente ovviabile perché, se il gioco fisico si accentua o si prolunga troppo, l’espressione del viso del bambino e la sua voce segnala rapidamente il passaggio dal piacere alla paura e genitori possono fermarsi in tempo. L’eccesso contrario è più grave perché i bambini hanno pochi mezzi per esprimere fino a che punto hanno bisogno di gioco.

Tempo fa i bambini erano trattati severamente e si pretendeva che restassero a lungo distesi nel letto o in carrozzina senza scambi di comunicazione con il genitori, perché potessero trarre vantaggio dal riposo e dalla solitudine. Oggi è provato che una giocosa interazione con il genitori è molto importante nello sviluppo mentale dei bambini e che è difficile credere che possa diventare eccessiva. Non va dimenticato, per esempio, che anche ai piccolissimi piacciono le ninnenanne e le filastrocche. Può darsi che non ne capiscono una parola, ma sono affascinati dal ritmo, dall’intonazione della voce e soprattutto dall’accostamento tra il suono e il viso familiare dei genitori.

Lasciato solo, il bambino non resta in ozio.

Passa molto tempo a osservarsi mani e appena riesce a mettersi qualcosa in bocca usa labbra e gengive come mezzo per esplorare la natura delle cose. Oltre a giocare con le mani e con la bocca, c’è il bang-bang. Il bambino arriva la meravigliosa scoperta che colpendo un oggetto si sente un rumore. Una simpatica variante la ha quando fa il bango ed è lo splash-splash. Appentiene a questo tipo di giochi la determinazione con la quale il bambino cerca di misurare le sue forze fisiche nell’impatto col mondo esterno. Durante tutta la prima infanzia scoprirà dei giochi di forza impegnativi ed esaltanti, basati sul principio della risposta amplificata. Secondo questo principio, più vistosa è la risposta che il bambino ottiene rispetto allo sforzo compiuto e più intenso è il piacere del gioco.

Un semplice esempio si ha nel colpire leggermente un palloncino producendo un risultato che supera di molto l’entità del colpo. Per questo i palloncini sono più divertenti di una palla che, colpita allo stesso modo, si muoverebbe appena. Allo stesso modo, un oggetto molto piccolo che ripropone un rumore molto sproporzionato alle sue dimensioni è molto divertente. La ragione è evidente: un oggetto che dà una risposta amplificata consente al bambino di essere più grande e più forte di quanto non sia.

Il piacere di misurare il troppo potere è un aspetto costante del gioco infantile. I bambini amano tutto ciò che genera un forte impatto. Uno dei primi giochi consiste nel guardare attentamente la madre e il padre che, volenterosi, costruiscono una torre di cubi o di anelli di legno e alla fine colpirla per farla precipitare a terra. Il piacere della distruzione precede di mesi il piacere della costruzione. E questo forse spiega perché l’entusiasmo dei soldati e più infantile dell’entusiasmo degli architetti.

A 6-7 mesi nuovi giochi acquisiscono importanza. Per la prima volta i bambini si divertono a incontrare altri bambini. L’esplorazione del corpo dell’uno e dell’altro, si interessa delle azioni reciproche. Sempre a questa età sono affascinati dalla loro immagine allo specchio, anche se non sanno bene a che cosa serva lo specchio. Si divertono anche a giocare a nascondino, prima come nascondendo alla meglio un giocattolo e poi a poco a poco diventano più disinvolti.

Amano anche l’esercizio fisico, che può essere favorito, a questa età, da una specie di altalena fatta con un’imbracatura attaccata a due elastici che permette al bambino di scalciare liberamente mentre si sente rimbalzare nell’aria.

Al termine della prima infanzia fa la sua comparsa un altro gioco di forza, io butto tu raccogli. I genitori sono ripetutamente spinti a raccogliere giocattoli o qualsiasi altro oggetto capiterà in mano al bambino che viene lanciato ininterrottamente a terra. I giochi come questo aiutano il bambino in due modi: a misurare il potere, non solo facendo volare un oggetto ma obbligando qualcuno a chinarsi per raccoglierlo. Esiste anche una versione meno autoritaria che è io do e tu prendi, nella quale gli oggetti vengono porti ai genitori che devono prenderli per poi restituirli.

Questo rito si evolve in giochi più complicati come le cassette della posta che consiste nell’infilare una serie di oggetti piccoli, a mano a mano, in un contenitore più grande, finché non ce ne sono più, oppure smontiamo in cui il divertimento sta nelle suddividere un oggetto composto in tante piccole parti incastrate l’una nell’altra.

Preludio al gran giorno in cui le prima infanzia finisce il bambino comincia a camminare senza essere sorretto da un adulto, sono giochi che lo aiutano a fare i primi passi, come carrelli e girelli. I carrelli, ai quali il bambino si appoggia spingendoli, sono concepiti in modo che non possono rovesciarsi addosso se cade perché non sa ancora reggersi bene in piedi, mentre i girelli su una versione con le ruote dell’altalena a imbracatura e vengono spinti qua e là dal bambino che sgambetta.

E’ inutile sottolineare che tutti i giocattoli sono incomparabilmente valorizzati dalla presenza del padre o della madre, anche quando non partecipano ma si limitano a guardare. Chi guarda è più che un custode o un protettore, ma è anche un testimone da sensibilizzare, un pubblico da invitare ad applaudire, un compagno con il quale i bambini possono dividere le gioie ineffabili dei primi giochi.


Mar
30

La Famiglia Incredibili: responsabilizzare i figli

Posted by Ethel on Marzo 30, 2009

Questo è un punto assai dolente per i genitori perchè il processo di responsabilizzazione dei figli richiede un impegno iniziale non indifferente e quindi rimandato ad oltranza… e questo perchè non si sa quanti in realtà siano i benefici futuri.

Quante volte ho visto ragazzi di 9-10 anni non sapersi vestire da soli o non aiutare nelle faccende domestiche come apparecchiare/sparecchiare, rifare i loro letti, mettere a lavare i loro vestiti, riordinare la stanza…

Sinceramente da quando sono piccoli ho cercato di insegnargli a vestirsi e ad invogliarli ad aiutare in casa e, dato che per loro è un gioco e si divertono a mostrare la loro bravura nelle faccende domestiche… unisco l’utile al dilettevole!

Spesso mi fanno la sorpresa di farmi trovare la stanza in ordine o, mentre cucino, di farli apparecchiare o ancora, aiutarmi a pulire le verdure.

Questo aiuta il genitore per diversi motivi:

1) riduce le cose da fare;

2) trova un compagnia mentre lavora in casa;

3) per non dire poi che trova un occupazione ai figli che magari in quel momento non hanno trovato un gioco piacevole da fare e si stanno impegnando a litigare aumentando la tensione in casa.

Giocare a ‘fare i grandi’ è uno dei giochi più divertenti per i bambini perchè viene concesso loro di fare delle cose che per loro sarebbero off-limits.

Ricordo piacevolmente una simpatica festicciola a casa di un amico in cui mia figlia si cimentò nella cucina alla brace: io fui sorpresa dell’attenzione che metteva nel maneggiare i ferri vicino al fuoco e lei fu soddisfatta della sua conquista… in qualche modo quel giorno siamo cresciute entrambe!


Mar
25

Sogni d’oro…

Posted by Ethel on Marzo 25, 2009

I bambini sognano?

Sì, ma quel che sognano è un mistero.

Forse in sogno galleggiano nel caldo abbraccio del grembo materno sentendo il suo respiro e il battito del suo cuore e la sensazione di sicurezza che gli dava l’ambiente uterino. Forse, invece, sognano l’impatto con quel mondo nuovo e sorprendente nel quale sono stati gettati dalla pace e i rumori sgradevoli, stoffe morbide per accoglierli e braccia forti per sorreggerli, latte caldo che scende lungo la gola….

Possiamo solo cercare di indovinare che cosa sognano perché nessuno ricorda ciò che ha sognato quando era neonato. Nonostante tutto si può essere sicuri che sognano solo guardandoli dormire.

Come per gli adulti accanto al sonno inattivo e profondo, c’è il sonno REM che si verifica solo quando il soggetto sogna. Gli occhi si muovono visibilmente dietro le palpebre abbassate come se guardassero in direzioni diverse per seguire lo svolgersi del sogno. Il sonno REM nei bambini dura più del doppio di quello degli adulti. Solo il 25% del sonno degli adulti è REM mentre quello dei bambini raggiunge il 50%, e, dato hce i bambini dormono più del doppio degli adulti, un bambino sogna circa 4 volte di più di un adulto.

È stato detto recentemente che sognare rende le ore di sonno così interessanti che noi seguitiamo a dormire in modo da raggiungere il massimo che ci è consentito, quindi il fatto che i mambini sognino più degli adulti ci può far considerare il sonno di vitale importanza. Questo si potrebbe dedurre anche dalla fragilità del piccolo d’uomo, per cui il sonno è un modo per proteggersi.


Mar
23

La famiglia Incredibili: GENITORI… si può sbagliare!!!

Posted by Ethel on Marzo 23, 2009

Questo articolo è per tutti quelli che si sentono genitori perfetti o che vorrebbero esserlo o che ritengono che esserlo sia veramente possibile o che esserlo sia veramente positivo.

Dovete mettervi in testa una cosa e la dovete ripetere a voi stessi 100 volte al giorno

I GENITORI SONO ESSERI UMANI E NON SUPEREROI‘!

SBAGLIERETE SEMPRE anche se ritenete di aver fatto la cosa più giusta… ci sarà sempre qualcuno che vi dirà che era meglio che vi comportavate in un altro modo, i vostri figli vi rimprovereranno sempre sia che gli avrete detto un SI’ sia che gli avrete detto un NO… quello che è importante, se non essenziale, è che, se vi chiedono il perchè voi abbiate preso una decisione, dovete saper rispondere con chiarezza.

Cosa vuol dire questo: che dovete avere chiaro dentro di voi perchè fate una scelta e non un’altra, in modo che, in caso di discussione, una cosa sia chiara ai vostri figli… che con i vostri gesti volete trasmettergli dei valori e un modello di vita.

NON DOVETE ESSERE PERFETTI: potete dimenticare le cose, potete arrabbiarvi più del dovuto, potete ritornare su posizioni prese in precedenza, questo non è sintomo di insicurezza, ma di duttilità, e insegna ai vostri figli che, come si può sbagliare, si può riparare agli errori e così non si spaventeranno per una caduta, perchè sapranno di potersi rialzare.

L’imperfezione di un genitore è importante anche perchè permette al bambino di correggerlo e quindi di riuscire a capire quanto chiare nel bambino siano le regole che gli abbiamo voluto trasmettere.

Inoltre questo aiuta il bambino a sentirsi grande perchè è lui a correggere il genitore (e non il contrario) e gli dona la fiducia di potersela cavare in determinate situazioni anche senza l’intervento dell’adulto.

La cosa importante è che da ogni errore dobbiamo trarre un insegnamento importante per noi e per i nostri figli in modo da CRESCERE INSIEME!


Mar
21

Oggi dove dormo?

Posted by Ethel on Marzo 21, 2009

Oggi anche bambini molto piccoli vengono messi a dormire da soli. La loro camera spesso è ben arredata, il letto comodo, caldo e soffice.

Ma sono queste le cose che chiedono? E’ naturale per loro essere lasciati soli?

Basta un breve esame obiettivo per darci la risposta…anche se non è quella che vorremmo sentire.

La verità è che le belle camerette piacciono più alle madri che ai figli.

Non c’è bambino che non preferirebbe stare in braccio a sua madre in una squallida capanna piuttosto che solo in un ambiente costosamente arredato.

Come lo dimostra? Lanciando costantemente segnali di soccorso.

Il pianto, le grida sono richieste di aiuto e non, come si pensava in passato, le manovre del bambino cattivo per ordire una trama ai danni dei suoi poveri genitori già tanto affaticati. Queste interpretazioni assurde nascevano da un errore di base. I bambini, innaturalmente isolati dai loro genitori, gridavano la loro protesta. I genitori o li lasciavano piangere per ‘educarli all’obbedienza’ …o seguitavano a correre avanti e indietro per consolarli, sistema che finiva col punire tutti, genitori e bambino.

Se ci si fosse soffermati ad osservare i bambini si sarebbe imparato da loro come trattarli, invece di proporre soluzioni basate su un errato concetto di educazione.

Il bambino piccolo cui sia permesso di passare notte e giorno accanto alla madre non soffre di questi accessi prolungati di grida. Nelle società tribali, dove è naturale che dorma con la madre e resti in contatto col suo corpo il più a lungo possibile, non ha bisogno di chiedere aiuto.

Ai tempi in cui ebbe origine la nostra specie sarebbe stato troppo pericoloso lasciare soli i bambini piccoli. Essi avevano sviluppato, perciò, un penetrante vigoroso segnale di paura che emettevano nel momento in cui si sentivano separati da una protezione in modo da garantirsi costantemente la presenza dei genitori.

Incapace di aggrapparsi alla madre come una scimmia o di correre verso lei come un cerbiatto, il piccolo poteva contare solo sulla sua voce per mettersi in salvo. La madre rispondeva spontaneamente a questo segnale che tutto andava bene. Di notte il bambino dormiva vicino a lei e gli era facile ricevere le sue attenzioni.

La vicinanza continua rendeva più semplice l’allattamento al seno durante la notte. La madre necessariamente interrompeva il sonno, ma con calma, senza bisogno di tendere l’orecchio, senza farsi passeggiate avanti e indietro per calmare il pianto. La mattina si svegliava riposata e serena.

Se questo sistema funziona così bene, perché è stato abbandonato?

Il primo motivo è l’urbanizzazione che, all’inizio, costringeva gli abitanti delle città a vivere in condizioni antigieniche. Quando ovunque c’erano sporcizie e disordine, tenere il bambino isolato almeno mentre dormiva sembrava una misura di sicurezza.

Nelle società industriali raramente il bambino è stato messo a dormire con i genitori, mentre per le società non industriali, in 71 dei 90 casi esaminati da una ricerca, aveva l’abitudine di dormire tutti insieme.

Un secondo fattore è stato l’irrigidimento del concetto di disciplina ed educazione che, all’inizio, veniva riferito solo ai bambini più grandi ma poi, in virtù del proverbio ‘il medico pietoso fa la piaga dolorosa‘, si è esteso anche alla prima infanzia. I bambini piccoli vengono lasciati piangere, tutti soli, per renderli forti e autosufficienti.

È interessante sottolineare che nei rari casi in cui una società tribale vigeva questo sistema, la condizione di vita era basato sulla guerra e sulla lotta. Presso le tribù guerriere ai bambini, anche molto piccoli veniva imposta una rigida disciplina per farli essere più aggressivi da adulti. E così avveniva, infatti.

Un altro fattore intervenuto a sostegno dell’isolamento del bambino durante la notte è stata la paura che, dormendo insieme ai genitori il bambino avrebbe potuto restare soffocato. Per milioni di anni nella nostra specie non è esistito il privilegio della camera del bambino, quindi il rischio di soffocamento potrebbe sembrare una supposizione assurda, ma non del tutto priva di fondamento. Quando venivano fasciati stretti anche la notte con delle assicelle, i bambini riuscivano a stento a muovere un muscolo. Se fossero stati messi a dormire con i genitori, il pericolo di soffocamento c’era perché non erano in grado di proteggersi. Ma se libero di muoversi e contorcersi il probema non sussiste perchè i genitori si accorgono dei suoi movimenti. Il cervello in riposo è tuttavia pronto a cogliere il primo segnale di disagio del bambino e può capitare che, continuando a dormire, si spostino perché possa stare più comodo.

Una delle cause della depressione post partum è lo stato di abbandono in cui cade la mamma, poichè il suo sistema ormonale richiede ancora il contatto diretto e continuo con il bambino. Alle mamme cui è permesso di rimanere vicino al bambino è molto meno frequente, tanto che si consiglia di eliminare la cameretta fino a tutta la prima infanzia.

Contro questi argomenti, tutti positivi, c’è il disagio che può causare ai genitori la vicinanza del bambino per tutta la notte. Se il neonato diventa un intruso nel rapporto dei genitori è necessario trovare una sorta di compromesso a vantaggio di tutti tre.

Mettendo una culla  accanto al letto di solito può essere un buon compromesso.

Questo compromesso è, sotto molti aspetti, più vicino alla condizione primitiva che non dormire tutti e tre insieme, perchè i letti moderni sono stretti, mentre all’origine della specie si dormiva per terra e c’era più spazio.

Alle madri che si vergognano di avere, in passato, ceduto alle grida dei loro ‘tiranni’ e di averle presi in braccio e portati nel proprio letto si potrebbe dire che a vergognarsi dovrebbero essere quelle che, cedendo ad insegnamenti presuntuosi e devianti, hanno lasciato gridare i loro bambini fino a farli cadere in un sonno irregolare e solitario.