Ho già scritto un postsu come infondere, sin dai primi momenti della vita di un bambino, fiducia in se stesso, facendogli capire che voi siete i primi a credere in lui, ma arriverà un momento che vorrà fare cose che voi riterrete che non sia ancora pronto a fare… e… dovrete lasciarlo fare!
È molto difficile, anche se è tutto quello per cui abbiamo lavorato, lasciar andare a scuola a piedi da solo nostro figlio, o farlo cucinare da solo vicino al fuoco…. Potrei fare un elenco interminabile, ma le paure dei diversi genitori possono essere più o meno evidenti e più o meno numerose e non posso dire quali sono per voi le cose per cui non ritenete vostro figlio ancora pronto.
Devo dire che io stessa ho spinto molto oltre i miei figli e raramente impedivo loro cose anche pericolose, che loro facevano sotto il mio controllo (non il mio intervento).
Una volta c’è stata una cosa inaspettata, che mia figlia ha fatto sorprendendomi oltre ogni aspettativa: ad una festa di amici cucinò per quasi un’ora della carne alla brace e, a parte il risultato culinario (non si è bruciato niente) non si fece male.
A posteriori ho valutato come avrebbe influito sulla sua autostima il fatto di averglielo impedito per un mio timore personale.
Sento spesso molte mamme che, quando i figli chiedono, ad esempio, di arrampicarsi sugli alberi, dicono “ Non sei capace, ti farai male!”. Ma il bambino ha chiesto solo di arrampicarsi sull’albero, ma non ha detto che ci riesca, e, se non sale non può cadere…e ancora…se riesce a salirci vuol dire che ci riesce e quindi le paure della mamma sono infondate!
Se siamo riusciti a dare a nostro figlio la coscienza di POTERCELA FARE, perché togliergliela?
Fatica doppia!
Prima eravamo noi a spronare lui a fare di più, adesso è lui a spingere noi con entusiasmo, è così che genitori e figli crescono insieme!
Nonostante la religione non sia il mio argomento preferito, i miei figli sembrano molto attratti dalle questioni spirituali e spesso mi mettono in difficoltà, con domande dogmatiche, alle quali, se dovessi rispondere secondo il mio sentimento, dovrei dire che sono tutte favole.
Sminuire però la religione non penso che sia costruttivo perché, anche il più ateo degli atei, quando gli chiedono se andrà tutto bene può rispondere ‘Speriamo nel Cielo!’ ‘Se Dio vorrà!’.
Sono modi di dire ma che riflettono la nostra cultura.
Non sentendomela di negare l’esistenza di Dio e neanche di confermarla, alla domanda diretta : “Ma è Dio che ha creato tutto?”, io l’ho spiegata partendo dal paganesimo.
Cosa?
Molto strano è vero, ma mi sembrava la cosa più logica da fare e soprattutto quella che meglio rispecchiava il mio punto di vista, non proprio facile da spiegare, considerando che per far credere o non credere una persona basta dirle che è vero o che non loè, mentre per dargli la possibilità di scegliere bisogna dare un quadro più ampio.
Iniziai dicendo che molti secoli fa, gli uomini non sapendo spiegarsi il fenomeno del vento, si immaginavano un burbero signore (Eolo, il dio dei venti) che soffiava e sbuffava; per i fulmini, c’era un altro signore che, quando era arrabbiato scagliava le saette (Giove) sulla terra oppure un baldo cocchiere che galoppava nei cieli con il suo carro facendo muovere il sole nel cielo (Apollo).
Dopo questo racconto mia figlia si fece calde risate e le spiegai che in realtà per loro era l’unico modo per avere un’idea del perché questi fenomeni accadessero e così approdai al succo della questione:
l’uomo pian piano, ha imparato quali sono le leggi della natura che spiegavano questi fenomeni e quindi gli dèi non furono più che favolette, ma l’uomo ancora non è riuscito a spiegarsi come sia nato l’universo e quindi, per darsi una risposta ha detto che è stato un Dio a crearlo.
Come ultima cosa le dissi che ogni persona è libera di credere o no nell’esistenza di Dio e le dissi, in particolare, che io non ci credevo, mentre la nonna sì… e lei… spontaneamente mi disse: “Io ci credo!”.
È stato bello il dialogo che ho avuto con lei, anche se speravo in un’altra riflessione da parte sua, ma non è giusto influenzare i bambini su questi temi così intimi e quindi, l’ho lasciata con la sua convinzione.
Le regole per non farsi male in un gioco sono poche e, io direi che si possono ridurre a…una:
STAI ATTENTO!
I miei figli al parco sembrano degli scavezzacollo: salgono al contrario gli scivoli, si arrampicano sugli alberi, non usano praticamente mai le scalette per arrivare in cima allo scivolo e questo lo facevano dall’età di due anni (immaginate adesso che mostri sono diventati(:-O).
Talvolta si sono fatti male ma mai gravemente, e l’unica ammonizione che veniva data loro era
STATE ATTENTI!
È normale che per circa 4 anni, con questa politica del lasciar fare, io al parco non mi sono seduta neanche un momento, sempre sotto a fare da protezione per evitare che le cadute diventassero fatali e, devo dire, che non si è mai rivelato utile, ma ritenevo che il rischio fosse troppo alto per fare la prova.
Per farvi capire quanto fosse radicata la mia semplice ed immediata regola vi dico che un giorno il mio maschietto sentiva di stare giocando in maniera più pericolosa del solito e lo sentii ripetersi a bassa voce “Stai attento!”.
Penso che questa regola sia di facile comprensione. Non mi hanno mai chiesto perchè dovessero stare attenti, sapevano benissimo che era un aregola essenziale, anzi…VITALE!!!
E’ questo un discorso che già ho affrontato e affronterò sempre, perchè mi è caro, e vorrei che in qualche modo riuscirlo a trasmettere almeno in parte. NON FERMIAMOLI quando ritengono che sono pronti a fare qualcosa : questo è un modo per fargli sentire in primis che abbiamo fiducia nelle loro capacità, poi che ogni limite è solo temporaneo, quindi ampliabile con l’aumentare delle loro capacità, e che molte cose si possono fare ponendo la giusta dose di attenzione.
E’ difficile, anzi per un pò di tempo ho fatto fatica anch’io a seguire questa regola, perchè li vedevo vulnerabili, ma, agendo in questo modo la loro vulnerabilità è andata affievolendosi, non tanto perchè diventassero dei mostri (cosa che ogni tanto penso che siano) ma perchè riuscivano da soli a calibrare i giochi adatti alle loro capacità: non limitati dal mio giudizio, ne avevano trovato uno loro proprio che, venendo da dentro, sicuramente era più rispondente alla realtà rispetto a un ‘Non lo fare perchè sei piccolo!’ o ‘Non lo fare perchè non ci sei capace!’.
Penso che vi sia capitato spesso che voi non vogliate che i vostri figli non facciano qualcosa ma che molti bambini intorno a voi lo fanno.
È una situazione molto scomoda nella quale uno si può trovare in quanto è facile avere dei principi, ma quando si vede che, a certe regole si può ovviare senza troppi rischi, come spiegate a vostro figlio il fatto che non cambiate la vostra opinione?
Io sono una mamma molto permissiva su alcuni punti e poco su altri: nel gioco hanno la massima libertà poiché le uniche regole sono STATE ATTENTI e RISPETTATE GLI ALTRI, ma per quanto riguarda i compiti, il mangiare, la TV e tutto ciò che io ritengo faccia parte della sfera educativa sono molto intransigente e le eccezioni le sottolineo con forza.
Al parco talvolta mi trovo in difficoltà perché ci sono accanto i giochi a pagamento ai quali ritengo non sia costruttivo far andare i bambini perché già sono abbastanza caricati di tecnologia e un parco è il luogo migliore per il bambino di scoprire la natura e la gioia di rilassarsi con giochi che seguono il ritmo del suo corpo e non con giochi che gli dettano il ritmo.
Mantenere il punto è facile…fino a quando non vedono che gli altri bambini con cui stavano giocando vanno tranquillamente sulle giostre a pagamento e da lì… inizia la mia lotta:
-il mio primo salvataggio è che non porto soldi con me, ma se pensate che questo basti vi sbagliate, mi cominciano a tartassare dicendo che li chiedono alle altre mamme ( pensa che figura!)
-inizia la mia opera per distoglierli da questo punto, dicendo che ogni bimbo ha la sua mamma e che non è giusto chiedere soldi alle altre mamme
-dopo che si sono convinti (o quasi) della cosa mi chiedono perché non porti i soldi e lì, in quel momento, comincio a dargli le mie ragioni.
Conclusione: ritengo sia fondamentale farli soffermare su ciò che hanno, piuttosto che su ciò che non hanno, li faccio riflettere su quanto si siano già divertiti e sul fatto che il divertimento non è legato ai soldi e che le cose semplici sono più belle.
Questo è un esempio, ma ne potrei fare molti altri.
I punti salienti sono:
- quando date una regola siatene convinti, perché se vacillate anche una sola volta i bambini vedono la regola come una vostra presa di posizione più che ad un principio in cui credete;
- cercate sempre di trovarvi nella condizione in cui siete costretti a dire no (es. non portate i soldi) questo vi permette di iniziare la contrattazione che poi porterà al dialogo che si concluderà con l’esposizione dei vostri principi, quelli che in realtà volete trasmettere con la vostra regola;
- fate sempre notare loro di quanto hanno e quanto gli permettete in modo da fargli capire che il vostro NO è in mezzo ad un mare di SI’ e non è giusto che non vengano visti.
Su quest’ultimo punto voglio soffermarmi brevemente, e ci ritornerò successivamente: fate in modo che i vostri NO non siano la regola poiché il bambino non è libero di autoregolarsi e di conoscere la differenza tra un SI’ e un NO!
Una delle frasi che peggio mi fan sentire è “me l’avevi promesso!”.
Io ho come principio di promettere solo quando so che posso mantenere la promessa, ma ahimè non sempre le mie buone intenzioni vengono premiate…e, naturalmente, in tal caso, c’è la vocina della coscienza che mi ricorda le mie mancanze.
Ci sono due tipi di promesse non mantenute:
-quelle che dipendono da voi
-quelle che dipendono da loro (i vostri figli).
Parlo prima del secondo caso che è nettamente più facile.
Riuscire a scaricare la colpa su qualcuno penso sia la cosa che maggiormente rilassa una persona (:-P) e, quando una promessa non mantenuta può trovare motivazioni fuori da voi, si coglie l’occasione, tanto di occasioni di colpevolizzarvi per vostro figlio ce ne saranno a bizzeffe.
Un esempio classico è: se gli avete promesso di portarlo ad una festa, ma nell’imminenza dell’evento, vostro figlio si comporta in modo poco appropriato, tanto che non vi sentite di premiarlo con un evento mondano.
È comunque nella natura del bambino reclamare il suo diritto alla festa e voi coglierete l’occasione per sottolineare la regola del DARE e AVERE, già vista in altri miei articoli.
Ma è quando dipende da voi che il problema si fa più…problematico: quando impegni improvvisi di lavoro vi impediscono di fare una gita tanto attesa da vostro figlio, quando vengono a mancare i soldi proprio in periodo natalizio o di compleanno, quando piove proprio il giorno della festa al parco.
I bambini spesso vedendosi negate le cose a loro promesse, anche se per motivi ragionevoli, è difficile che metabolizzino immediatamente il senso di mancanza, quindi è necessario che il genitore non si faccia sopraffare dal rimorso, quando viene colpevolizzato in quanto il bambino è cosciente che non è colpa vostra, ma ha bisogno di sfogarsi e… usa voi.
Quindi vi dirà che siete cattivi, perché non…ecc. ecc.
Ma come comportarsi in modo da recuperare?
Intanto dite che lo capite e che anche voi siete delusi da voi stessi perché non siete riusciti a fare niente per mantenere la promessa.
Abbracciatelo/a, piangete insieme a lui/lei e provate a trovare un argomento, come una piccola mancanza da parte sua per far capire che come ha sbagliato lui/lei potete sbagliare anche voi.
Così facendo date un’idea di reciprocità del rapporto e vi farete sentire meno divini, il che consola molto il bambino perché si crea spesso dei miti di supereroi sui genitori.
Per chiudere in bellezza il conflitto?
Concedetegli qualcosa come andare a cena insieme da soli, al cinema da soli, o farvi una scorpacciata di pop corn d’avanti ad un DVD di un cartone che ama tanto…insomma… sta alla vostra fantasia e a quella di vostro figlio/a.
L’unica nota è che si deve fare subito, I M M E D I A T A M E N T E, non aspettare facendo altre promesse che potreste disattendere nuovamente, ma colmare subito il vuoto, cosicché, quanto meno il bambino, la prossima volta che non rispetterete una promessa, vostro figlio avrà come appiglio emotivo un recupero EnTuSiAsMaNtE.
Il compito di un genitore è quello di guidare i comportamenti del figlio in modo che da grande sappia stare bene in ogni situazione.
“Cosa c’entra l’abbigliamento?” mi direte.
Ebbene, nel momento in cui vestiamo un bambino richiediamo a questo un comportamento consono, quindi, se mettiamo vestiti di marca e scarpe laccate al parco, gli diamo come messaggio che non può giocare; se lo vestiamo con una tuta ad un matrimonio gli diciamo che può scatenarsi.
Questo perché il nostro grado di attenzione verso i nostri figli aumenta quando una macchia ci costa 20 euro di tintoria o uno strappo rovina un completo da 100 euro.
Ma cosa pensa un bimbo, e mi è capitato, che, vestito tutto di bianco, sente la mamma dirgli al parco “non cadere se no ti sporchi!”.
Non cadere, che è qualcosa che normalmente non si fa volontariamente, comporta che il bambino non corra, non salti, non giochi sullo scivolo…ma allora perché è stato portato al parco?
Io, personalmente, tengo un cassetto con i vestiti che io chiamo ‘da battaglia’ e dal quale i miei figli prendono i vestiti adatti per il parco. Questo cassetto è pieno di vestiti molto usati, un po’ rovinati, che non è un problema se vengono sporcati.
Questa vostra attenzione nel vestire i vostri figli vi permetterà di assolvere meglio al compito di dare il minor numero di regole possibile e regole dietro le quali ci sono veri principi e non capricci vostri personali ed insegnare loro che c’è un momento in cui bisogna stare tranquilli e un momento in cui…ci si può scatenare!
Questo articolo è stato ispirato da un piccolo ma significativo evento accaduto al mare.
Dopo il sonno del pomeriggio mio figlio si era svegliato stranito, vuoi per il caldo, vuoi perché lo avevo svegliato io perché si stava facendo troppo tardi e non sarebbe riuscito a dormire la notte…non voleva neanche andare al mare!
A coronare il tutto c’era la sorella che invece non vedeva l’ora di farsi il bagno, mi sentivo come in quelle torture medievali in cui due cavalli tirano verso parti opposte le braccia del torturato.
Decisi di forzare leggermente il piccolo in modo da farlo scendere in spiaggia, e poi, se proprio non voleva, poteva restare sull’asciugamano.
Con un po’ di proteste sono riuscita a convincerlo, ma mi sembrava veramente triste che lui, così vivace, stesse mogio mogio sull’asciugamano, mentre la sorella ed io facevamo il bagno, quindi cercai di stimolarlo in modo da convincerlo.
L’apocalisse: all’inizio s’era fatto prendere dal gioco e si era fatto spogliare ma non appena accennai a mettergli il costume iniziò l’ira funesta!
Allora, la mia reazione, che vi dico già da adesso essere sbagliata, fu di sgridarlo perché non doveva picchiarci, in quanto volevamo solo giocare con lui e lui si stava divertendo.
Lui mi rispose così: “siete voi che mi fate ridere ma io il bagno non lo voglio fare!”
La sicurezza con cui lo disse mi ferì, ma lo capii e me ne andai a giocare con la sorella.
Dopo mezz’ora spontaneamente si mise il costume e disse: “adesso voglio giocare”.
Da questo episodio ho imparato molto e soprattutto che anche i bambini hanno i loro ritmi. Sono cose che tutti sanno ma quando realmente rispettiamo questi ritmi?
Sveglia alle 7, a scuola alle 8, pranzo alle 13, nuoto alle 17, cena alle 20, letto alle 21.
Insomma sembriamo più delle sveglie che dei genitori.
Ancora un’altra riflessione, che è tendenza comune ed ho sentito molto forte nell’episodio che vi ho raccontato: anche i bambini vivaci hanno i loro attimi di riflessione e bisogna rispettarli soprattutto perché sono attimi.
Spesso diciamo loro di stare calmi e, quando lo fanno ‘controlliamo se hanno la febbre’, metaforicamente parlando.
Soprattutto quando siete in vacanza fate rallentare anche le vostre aspettative verso i vostri figli, anche loro si devono ricaricare, hanno il loro modo tutto personale, ma c’è chi per rilassarsi dorme sui chiodi !