mar
13
Posted by Ethel on
marzo 13, 2009
Quando un neonato ha mangiato abbastanza, reagisce all’offerta del seno, della tettarella o del cucchiaio, in modi caratteristici: o respinge con la lingua il capezzolo, la tettarella, il cucchiaio, o distoglie la testa dalla fonte da cui proviene il cibo. Questi due gesti sono entrambi eloquenti e se offrono uno speciale interesse è solo perché sono all’origine del successo dei successivi segnali adulti. Tirare fuori la lingua o voltare la testa sono inequivocabili reazioni di rifiuto in molti contesti sociali. Queste semplici manifestazioni infantili sono sopravvissute nel sistema di comunicazone adulto attraverso il linguaggio del corpo.
‘Tirare fuori la lingua‘ è un comune gesto villano, un insulto, ma nessuno si chiede perché venga ritenuto tale.
La verita è, naturalmente, che, per intuito, vediamo come un rifiuto dell’oggetto cui lo sporgere della lingua è diretto. Nella fattispecie noi stessi. Sappiamo, anche se inconsciamente, che in quel momento siamo trattati come un cibo non desiderato.
Molti tirano fuori la lingua in circostante completamente diverse e cioè per concentrarsi meglio. Non se ne accorgono, eppure non potrebbero evitarlo. I bambini lo fanno quando vogliono dedicare tutta la loro attenzione a un giocattolo senza essere disturbati, gli adulti quando infilano un ago o fanno un disegno o osservano un meccanismo complicato. In tutti questi casi la lingua si comporta come quando, nell’infanzia, respingeva un adulto che offriva insistentemente del cibo.
Il messaggio lo stesso di allora e sostanzialmente vuol dire ‘per piacere lasciami in pace‘.
Anche l’altra forma di rifiuto del cibo, il gesto di voltare la testa da un’altra parte, dà origine a un segnale adulto. Quasi dappertutto, infatti, scuotere la testa equivale a dire no.
Il bambino che rifiuta il cibo di solito volta la testa bruscamente da un lato e se la madre, sollecita, segue il suo movimento con il biberon col cucchiaio, lui la volta immediatamente dall’altra parte. Questo scatto da destra a sinistra e da sinistra a destra equivale a scuotere la testa da una parte all’altra per dire no. Pochè il bambino non sa manifestare con le parole le sue sensazioni deve affidarsi a questa semplice espressione del linguaggio del corpo per comunicare che le sue esigenze sono cambiate, i genitori imparano presto a rispettare questo segnale. È facile capire, allora, come il gesto di scuotere la testa abbia assunto universalmente significato di diniego.
In qualche parte del mondo, per esempio in Grecia, c’è un altro modo di dire no con un gesto. Il NO greco consiste nell’alzare la testa e poi gettarla indietro. E’ un’abitudine meno diffusa dello scuotere la testa, ma l’origine è la stessa. Sebbene sia più facile che i neonati votino la testa da un lato per rifiutare il cibo, può capitare, qualche volta, che la alzino e la gettino indietro. Ma non l’abbassano mai, perché non servirebbe a sfuggire al seno materno contro il quale tengono appoggiata la faccia. Non è un caso che ovunque, il cenno della testa verso il basso sia il segno di assenso, un modo per dire SI’.
mar
09
Posted by Ethel on
marzo 9, 2009
Un’inconveniente comune ai bambini molto piccoli è il dolore causato dall’aria che si raccoglie nello stomaco dopo aver mangiato.
Le madri sono arrivate a considerarlo un normale modello di comportamento e, alla fine di ogni pasto, al seno o al biberon, compiono regolarmente il ‘rito del ruttino‘. Pensano che quella bolla d’aria che si forma nello stomaco sia un fatto naturale del bambino nei primi mesi di vita. Il biologo, invece, pensa che sia molto strano che questo difetto esista. Il neonato è una macchina sintonizzata a un tale livello di perfezione che l’idea di un difetto appare inverosimile.
Ma c’è un’altra spiegazione?
Nelle società tribali le donne non devono affrontare queste difficoltà. Il rito del ruttino è limitato, pare, alle più prospere società occidentali e può darsi quindi che in queste culture si verifichi un errore.
Forse quella bolla d’aria, dopotutto, non è un difetto naturale.
Il bambino, si dice, mentre succhia il latte inghiotta anche una grande quantità di aria e, per eliminare quel fastidio, deve espellerla. Qualche volta non ci riesce tanto facilmente e la madre deve aiutarlo tenendoselo stretto al petto con la faccina sopra la sua spalla. Tenuto così, in posizione verticale, mentre la madre gli da dei colpetti sulla schiena, il neonato rigurgita l’aria. Madre e figlio si rilassano. Il rito è compiuto e ci si può addormentare tranquillamente.
Ma perché i neonati tribali non soffro di quest’inconveniente?
La risposta è o nella quantità di aria immessa o nel modo in cui l’aria si raccoglie nello stomaco. Le labbra del bambino piccolo non sono abbastanza muscolose per attaccarsi perfettamente al capezzolo o alla tettarella, non aderiscono alla fonte da cui esce il latte con energia sufficiente ad impedire che l’aria si infiltri agli angoli della bocca e poiché la soluzione esercita una forza notevole, l’aria che viene assorbita insieme al latte può essere anche in quantità rilevante. A sei mesi le labbra del bambino sono più forti, l’aria che gli entra nello stomaco è minore e la necessità del ruttino diminuisce.
Possiamo dunque spiegarci perché il bambino indotto tanta aria mentre succhia il latte, ma non perché il bambino tribale non soffra dello stesso disturbo.
Le labbra dei bambini sono fatte tutte allo stesso modo, quindi tutti dovrebbero inghiottire aria durante primi mesi dell’allattamento, al seno o al biberon.
La risposta, probabilmente, risiede nello stomaco. Bisogna scoprire la differenza tra i bambini occidentali e bambini tribali.
I bambini occidentali, di solito, per essere allattati, vengono tenuti in una posizione quasi orizzontale. I bambini tribali sono messi quasi verticalmente. Aria e latte entrano nello stomaco e devono avere la possibilità di separarsi, perché l’aria salga desta facilmente con piccoli frutti spontanei. Se il bambino è in posizione centrale, questo non avviene, l’aria resta intrappolati si raccoglie in una bolla che dà fastidio. Il grido del bambino automaticamente una posizione verticale o quasi e la questione si risolve da sola. Il colpetto sulla schiena può essere utile o no. Forse quello che serve veramente è un po’ di tempo perché l’aria salga al di sopra del latte e basterebbe una carezza qualsiasi, tanto per occupare quei pochi minuti di attesa. I bambini tribali, che succhiano il latte in una posizione più vicina con la verticale, si arrangiano da soli, senza bisogno dell’assistenza materna.
Una prova a sostegno di questa tesi è che quei bambini occidentali che vengono portati nel marsupio invece che in carrozzina non hanno quasi mai bisogno del ruttino. Sono vari i modi per ridurre la quantità di aria ingerita dal bambino. Il latte non deve fluire né troppo rapidamente né troppo lentamente. Se il flusso è intenso il neonato succhierà troppo in fretta per adeguarsi alla quantità eccessiva di latte che gli viene imposta e così gli entrerà più aria nello stomaco, ma se il flusso è scarso il bambino affamato succhierà più che può e anche così inghiottirà troppa aria. Nell’allattamento artificiale il buco della tettarella non dovrebbe essere nè troppo grande né troppo piccolo. Le tettarelle con l’uso diventano molli e vanno cambiate. Anche una posizione sbagliata del biberon, con la tettarella tenuta non sufficientemente inclinata verso il basso perché sia sempre piena di latte, può provocare una dannosa immissione di aria.
Oltre agli errori dei diversi sistemi di alimentazione anche un pianto prolungato fa inghiottire troppa aria a un neonato. La bolla d’aria raramente lo fa piangere, ma un pianto quasi sempre gli fa entrare dell’aria nello stomaco. I neonati che vogliono essere tenuti in braccio ancora un po’ o vogliono essere coccolati e piangono per attirare l’attenzione, possono ingerire dell’aria e le madri attribuiscono il pianto al dolore della bolla d’aria confondendo causa ed effetto.
Un ultimo particolare: se il neonato, dopo essere stato allattato, viene disteso sul fianco è molto meglio che sia appoggiato sulla destra piuttosto che sulla sinistra. A causa della forma del suo stomaco questo semplice provvedimento permetterà all’aria inghiottita con latte di uscire più facilmente.
mar
05
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marzo 5, 2009
Lo svezzamento è facile per la madre moderna che può comprare il cibo già preparato a questo scopo, morbido, leggero, perfetto per far passare il bambino dal latte a un’alimentazione semi-solida e solida. Anche senza ricorrere ad alimenti già pronti in commercio ora la madre può offrire al bambino passati di verdura, di frutta o di cereali facendoli cuocere a fuoco lento e poi passandoli al setaccio o schiacciando il pulsante del frullatore.
Ma come procuravano i nostri predecessori ai loro bambini del cibo leggero e morbido?
Esistono ancora, per fortuna, le società tribali che non conoscono la tecnologia moderna, e da loro viene la risposta.
Studiosi del comportamento umano hanno osservato presso i Boscimani in Africa, e gli Ianomani in Sudamerica, altri gruppi tribali nelle Filippine, in Nuova Guinea, e nell’Asia tropicale che, per nutrire bambini in età da essere svezzati, si usa un sistema particolare, quello del bacio. E’ un’antica abitudine della nostra specie ed è provato che anche recentemente era ancora in uso nelle più remote parti dell’Europa.
Ecco che cosa avviene: la madre prende in bocca il cibo, lo mastica fino a ridurlo una pappa e appoggia le labbra su quelle del bambino, poi spinge la lingua nella bocca del bambino che risponde schiudendo le labbra e succhiando. In questo modo il cibo masticato passa dalla madre al bambino che riceve così il suo primo nutrimento diverso dal latte.
Accanto a questo nutrirsi attraverso un bacio, continua l’allattamento al seno, perché il bambino possa abituarsi per gradi al sistema di alimentazione. Poi il latte che viene dal seno materno perde la sua importanza a favore del cibo-bacio e a poco a poco il bambino comincia a ricevere bocconi più grossi di alimenti fino allo svezzamento completo.
Sotto questo aspetto, gli umani sono stati, per milioni di anni, simili, nei loro metodi di svezzamento, alle grandi scimmie, come lo scimpanzé, il gorilla e l’orango tango. Molti altri animali, come i cani selvatici e i lupi, per non parlare di innumerevoli specie di uccelli, usano lo stesso metodo per nutrire i loro piccoli durante la crescita. Presso alcuni popoli tribali è stato osservato che quando un bambino piccolo era inquieto, un fratello o una sorella maggiore o qualche altro membro della famiglia riuscivano subito a tranquillizzarlo premendo le labbra sulle sue e passandogli in bocca, con la lingua, un po’ di saliva. Con questa immissione di una sorta di alimento il bambino si calmava.
È un gesto primitivo di donare che poi si è trasformato in un saluto.
Lo stesso avviene con i cani. Il cane che saluta festosamente il padrone salta e cerca di leccargli le labbra. Si dice allora che vuole baciare il padrone, ed è giusto, perché in realtà si tratta di una versione del cibo-bacio, derivata dal tempo in cui i cuccioli saltavano per leccare le labbra degli animali adulti che tornavano dalla caccia, col cibo semidigerito nello stomaco, pronti a trasmetterlo in bocca ai figli.
Allo stesso modo il baciamano alle sue origini nei primitivi sistemi di svezzamento della nostra specie. Come saluto o come manifestazione d’amore è usato in tutto il mondo e trae il suo carattere affettivo dall’antica funzione di trasmettere il cibo al più piccolo.
Un mezzo per dare un nutrimento fisico, si è trasformato in un mezzo per dare un nutrimento affettivo.
Presso i popoli tribali di solito vediamo usare il cibo-bacio per nutrire i bambini di tre o quattro mesi, l’età che la maggior parte delle madri moderne giudica adatta al passaggio dall’alimentazione liquida a cura solida e che sembra effettivamente la migliore per svezzamento. I nutrizionisti insegnano, infatti, che al sesto mese lo svezzamento dovrebbe essere già a uno stadio avanzato perché a quell’età il latte materno o quello del biberon non fernisce più la quantità di ferro sufficiente e, senza l’integrazione di altri elementi, il bambino correrebbe il rischio di gravi squilibri della crescita. Tuttavia non deve smettere di bere il latte che, al contrario, seguiterà felicemente a far parte della sua alimentazione fino alla fine della prima infanzia, cioè al conseguimento dell’anno.
Molti osservatori del comportamento infantile sostengono che i cambiamenti improvvisi nella dieta non sono consigliabili e che il bambino trae il massimo vantaggio da una graduale sostituzione del latte nell’alimentazione, distribuita in un periodo di vari mesi.
Alcuni bambini si abituano subito alla tazza e al cucchiaio, altri rifiutano il nuovo modo di mangiare e ci vuole più tempo per convincerli ad accettarlo. Questa diversità di comportamento sembra dovuta alla maggiore o minore facilità di usare la lingua.
Quando bambino succhia il latte dal capezzolo o dalla tettarella attaccata alla bottiglia, non deve fare altro che inghiottire, ma, nell’usare il cucchiaio, vede, per trasferire cibo alla gola, sottoporre la lingua a un’attività maggiore.
Il bambino, all’inizio, si rifiuta, cerca di resistere e le conseguenze, come si sa, sono facce, vestiti e mobili cosparsi di papa.
Queste complicazioni hanno, a suo tempo, portato a concludere che bambini non dovrebbero essere svezzati se non tra i 9-12 mesi. Questo è stato il verdetto ufficiale fino a cinquant’anni fa, ma col trascorrere del tempo l’età del svezzamento sarà fissata una mano sempre prima. Qualcuno ha perfino su suggerito che dovesse cominciare a un mese dalla nascita, ma sarebbe un errore perchè a quell’età la lingua del neonato non è pronta ad assumere alcun elemento che non sia il latte.
Oggi è generalmente acquisito il principio che il quarto mese sia il periodo ideale per affrontare lo svezzamento, in modo da arrivare col sesto mese a un processo già stabilizzato finché tra il 9° e il 10º mese il bambino non cercherà di imparare a mangiare da solo.
A un’attenta osservazione risulta che bambini cominciano propriamente a mordere a quattro mesi e a masticare bene a sei mesi. E’ grazie al studio diretto del comportamento infantile che, dopo molte vicissitudini, siamo arrivati così a stabilire qual’è l’età giusta per lo svezzamento.
Potremmo sempre lasciarci guidare da ciò che si vede seguendo da vicino bambino, e non da schemi e rigorosamente fissi.
feb
28
Posted by Ethel on
febbraio 28, 2009
Se vediamo del cranio utile a custodire il delicato cervello, certo ci stupiremo di quanto sia molle e vulnerabile al momento della nascita del bambino.
Perché proprio nel momento in cui il collo è più gracile e il corpo non sa ancora muoversi bene, il cervello risulta più esposto a rischi?
Come molte delle nostre risposte anche questa risiede nella postura eretta.
Il bacino femminile si trova ad assumere due funzioni non molto conformi l’una all’altra: la deambulazione e il parto.
In questa nuova posizione il canale risulta molto stretto e il bambino, per passarci, si trova a dover assumere un forma aerodinamica e se il cranio fosse stato largo e rigido, non sarebbe stato adatto a tale funzione.
La forma del cranio doveva essere sottile in punta, le ossa più molli e flessibili e non poteva consistere in un’unica sfera ossea poiché le ossa dovevano poter slittare l’una sull’altra.
Questo permette al cranio di infilarsi nello stretto canale vaginale e il risultato di questo adattamento è che le madri talvolta si allarmano alla vista del proprio figlio con un cranio così sbilenco pensando che sia vittima di una malformazione.
Sono paure infondate.
Il cranio del neonato è straordinariamente duttile e nell’arco di poche settimane al massimo ogni vizio verrà corretto.
Se la madre è una primipara i tempi saranno più lunghi, tenderanno ad accorciarsi nei parti successivi.
Inizialmente il cranio del neonato è formato da varie lamine ricurve separate da spazi membranosi in grado addirittura di sovrapporsi grazie a suture non ancora ossificate.
Questi tessuti fibrosi sono morbidi ma resistenti e, in 6 punti, gli spazi tra le ossa si allargano e formano delle zone molli che prendono il nome di fontanelle. Il tessuto membranoso che copre le fontanelle è resistente a qualsiasi colpo non penetrante.
Le fontanelle hanno dimensioni variabili e le principali si trovano sulla linea mediale della testa: una anteriormente sulla fronte e una posteriormente.
Quella anteriore è più grande e di forma esagonale con un diametro che varia da 1 a 5 cm, mentre quella posteriore è più piccola e a forma triangolare.
Veder pulsare la fontanella è una cosa normale, mentre quando questa è incavata o tesa e dura bisogna preoccuparsi.
Ad esempio quando il bambino ha la febbre e ha bisogno di liquidi tende a formarsi una leggera depressione.
Durante i primi due mesi dalla nascita le fontanelle si allargano leggermente mentre il cranio comincia a crescere, e il tessuto inizia ad ossificarsi. Da momento dell’ossificazione totale delle suture il cranio cresce gradualmente all’esterno riducendosi all’interno, fino all’età di 25 anni.
Il tempo in cui si chiudono le fontanelle varia molto da un bambino all’altro, tra i 4 mesi e i 4 anni.
Quella anteriore normalmente è l’ultima a chiudersi, in media tra i 18 e i 24 mesi, mentre le altre sempre entro l’anno.
È possibile che la testa, anche dopo diversi mesi dal parto risulti piatta su un lato. Questo dipende dalla tendenza dei bambini a dormire su un lato in modo preferenziale, ma a 2 o 3 anni, salvo inconvenienti, la testa avrà assunto una forma normale.
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feb
26
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febbraio 26, 2009
In passato, quando una neo madre chiedeva con quale frequenza da nutrire il bambino, le persone esperte cui si era rivolta le consigliano di rispettare un orario prestabilito. Secondo alcuni il neonato doveva mangiare ogni ora e mezzo, secondo altri ogni due o anche ogni 2 h e mezzo. Col passare delle settimane l’intervallo si prolungava fino a 3 o anche 4 h. Poi veniva abolito il pasto notturno perché il bambino comincia ad adeguarsi alle abitudini degli adulti e a imparare a dormire tutta la notte. Oltre a consigliare di seguire un orario prestabilito, si raccomandava alla giovane madre di non soddisfare le richieste di cibo del bambino durante gli intervalli prestabiliti, anche se strillava dalla fame. Qualche madre era così rispettosa del parere degli esperti da seguire ciecamente il loro severo insegnamento anche se le si stringeva il cuore nell’imporre altro nel bambino una disciplina quasi militaresca.
Quel metodo di nutrire bambini secondo un orario o uno schema fisso è stato molto seguito nella prima parte di questo secolo, ma negli ultimi decenni ha perso credito. Un numero sempre crescente di madri si è rifiutato di accettarne la tirannia e ha lasciato che fosse l’istinto materno a guidare le proprie decisioni. Invece di nutrirli a ore fisse hanno preso un’iniziativa di un’ovvietà abbagliante: hanno dato da mangiare ai loro figli quando avevano fame come, naturalmente, avevano fatto le madri primitive per migliaia di anni, prima che arrivassero gli esperti a imporre i loro sistemi creati artificialmente. Anche oggi, le madri delle società tribali nutrono i loro bambini quando chiedono di essere nutriti, giorno e notte che sia. I neonati hanno così un contatto quasi ininterrotto con la madre durante le prime settimane di vita e la loro alimentazione avviene con naturalezza e tranquillità, come un evento del tutto spontaneo in cui non c’è posto per l’orologio.
Nutrire un bambino assecondando la sua richiesta, senza restrizioni e senza limiti di orario, sembra un’imposizione grave alla madre moderna, ma i vantaggi sono molti e meritano che ne se ne tenga conto. La madre che tiene il bambino presso di sè giorno e notte, fin dalla nascita, e gli offre il seno ogni volta che le mostra di desiderarlo, trae un benefico effetto fisiologico dall’allattare poco e frequentemente. Le mammelle della madre umana sono fatte in modo da funzionare con questo ritmo, che semplifica il meccanismo dell’allattamento. Il frequente ripetersi della suzione previene gli ingorghi di latte, mentre quando il seno si gonfia perché gli intervalli tra un pasto e l’altro sono stati regolati secondo un orario troppo rigido, il bambino viene investito da un getto di latte, non riesce ad inghiottirlo e finisce col vomitare.
Inoltre, poichè il bambino mangia finchè ha fame, se ha già mangiato da non molto non sarà mai particolarmente vorace, ma se uno lo fa aspettare che arrivi l’ora stabilita per il pasto continuerà a succhiare anche quando nelle mammelle non ci sarà più latte, i capezzoli si screpoleranno, l’allattamento diventerà una funzione sgradevole e la madre penserà che il suo latte non sia sufficiente.
In altre parole allattare a lunghi intervalli, stabiliti secondo l’orario, ha il risultato negativo di fare ingerire al neonato troppo latte in una volta sola e lasciarlo poi troppo a lungo a digiuno. Se, invece, la madre lo allatterà molte volte al giorno, assecondando la sua richiesta, il seno produrrà complessivamente più latte, senza arrivare all’eccesso che inevitabilmente provoca l’ingorgo. Il flusso sarà moderato e continuo, come giusto sia per la madre sia per il bambino: il seno lavorerà a un ritmo naturale e il neonato si nutrirà con altrettanta naturalezza. Tutto sarà molto semplice, perché la madre sia pronta a offrire il seno intervalli più brevi e anche leggermente regolari, se è necessario.
Questo metodo di allattare neanche ha anche una moderata efficacia contraccettiva. Se il seno produce latte a brevi intervalli, giorno e notte, l’attivazione del sistema ormonale materno sopprime in larga misura l’ovulazione. Anche questo è un fenomeno naturale che, in contesto tribale, aiuta a lasciare un intervallo di tempo tra una nascita e l’altra, diminuendo così la fatica della madre. Se, invece, il neonato viene allattato con il sistema innaturale dell’orario prestabilito e cioè con spazi di tempo più lunghi, la regolare, ininterrotta attivazione del sistema ormonale materno si interrompe quanto basta perché il ciclo dell’ovulazione ricominci. Ecco perché è controverso il potere contraccettivo dell’allattamento al seno; perché esiste solo se la madre allatta secondo un metodo naturale, senza orari. Questo non significa che la madre debba restare a lungo bloccata in questa quasi ininterrotta funzione di nutrice. Col passare dei giorni il bambino troverà da solo il proprio orario, stabilirà il programma di alimentazione, prolungando a poco a poco gli intervalli tra i pasti. Contemporaneamente, il latte materno verrà prodotto in modo da soddisfare queste nuove esigenze. L’evoluzione ha dato alle madri questa possibilità e poche di esse si troveranno in difficoltà se si adegueranno man mano alle necessità del bambino. Gli insuccessi nell’allattamento al seno non sono dovuti all’inadeguatezza fisica delle madri ma alle circostanze che le hanno portate a seguire i sistemi naturali e non a farsi guidare dalle richieste del bambino, lasciandolo succhiare quando e quanto voleva.
È soprattutto alla mentalità vittoriana che va imputata la responsabilità di aver allontanato le madri dall’allattamento naturale. I vittoriani, infatti, disprezzavano le donne troppo pronte a offrire il seno al neonato, le accusavano di comportarsi come le mucche e affermavano che era indecente e dannoso allattare troppo spesso. A questa forma di puritanesimo si è aggiunto, nella prima metà di questo secolo, il concetto che cedere ai desideri dei bambini fosse una debolezza da evitare ad ogni costo. Ma i tiranni non erano quei piccoli, fragili bambini, erano i divulgatori di questa storia. La loro influenza è durata decenni ma finalmente, non senza difficoltà, ora hanno perso credito. Gli impegni di lavoro fanno scegliere spesso per l’allattamento ad un orario rigido che favorisce l’attività dell’adulto, ma quando le difficoltà sono comunque troppe, si passa spesso all’allattamento artificiale. E’ un sistema di alimentazione abbastanza semplice, ma priva il neonato della soddisfazione che gli viene dal contatto con il seno materno e anche se costituisce un’alternativa efficace e pratica, se scrupolosamente condotta, non è mai tanto soddisfacente per il neonato e per la madre, quanto il libero, spontaneo allattamento al seno.
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18
Posted by Ethel on
febbraio 18, 2009
Dopo il primo respiro nel suo nuovo mondo, la prima azione importante che compie il neonato è quella di succhiare al seno materno. Poco dopo la nascita è già in grado di ingerire un pre-latte, il prezioso colostro, un liquido giallastro ricco di proteine e anche di anticorpi che lo protegge dalle infezioni. Questa protezione dura per un periodo di tre mesi, fino a quando le difese del neonato non sono completamente attivate.
Dopo circa tre giorni, il seno della madre comincia a produrre il vero latte che lo sosterrà e nutrirà nei mesi successivi. Il latte ha una ricchezza di grassi e zuccheri che il doppio del pre- latte, è un alimento completo che permette al neonato di crescere rapidamente, giorno per giorno.
La suzione, che gli trasmette questi liquidi vitali, non è un atto completamente nuovo per il neonato. Un’attenta osservazione condotta secondo l’attuale tecnologia ha dimostrato che il bambino spesso succhia quando è ancora nel ventre materno. Si sono visti, nelle settimane immediatamente precedenti alla nascita, i feti succhiarsi le mani al punto da lasciarvi delle piccole vesciche sul dorso. Non c’è dubbio che il piccolo dell’uomo sia perfettamente programmato fin da un primissimo stadio per compiere le azioni che gli permettono di succhiare e che sono fondamentali per la sua sopravvivenza.
Quali sono esattamente queste azioni?
Il neonato non succhia il latte come noi beviamo una bibita, ma spreme il seno. Il capezzolo è semplicemente il beccuccio da cui esce il latte. Il bambino tiene in bocca tutta la regione aureolare di pelle pigmentata attorno al capezzolo e la spreme ritmicamente con le gengive e con la lingua. La pressione fa scorrere il latte attraverso il capezzolo che lui tiene chiuso con tutta l’aureola nella sua piccola bocca. L’azione di schiacciare unita un vigoroso inghiottire ha lo stesso effetto della suzione compiuta da un adulto e l’immissione del liquido avviene rapidamente. Tanto rapidamente qualche volta, quando il seno è pieno di latte, che il processo di nutrizione assume un ritmo troppo intenso, il bambino si trova con la bocca piena di latte e deve sputarlo.
Nell’allattamento al seno, le madri inesperte e ansiose incontrano talvolta, all’inizio, qualche difficoltà nel modo di procedere. Cercano di spingere il capezzolo in bocca nel neonato senza alcun accorgimento preliminare e si meravigliano che lo rifiuti. La verità è che hanno trascurato di compiere il primo passo, quello dell’incoraggiamento, che avviene creando un contatto tra la guancia del neonato e il capezzolo, il seno, o anche solo un dito che la sfiori affettuosamente. Il bambino reagisce di riflesso voltando la testa e sporgendo le labbra verso lo stimolo che ha appena ricevuto, pronto a nutrirsi e a prendere in bocca il capezzolo.
Comincia a succhiare e, di solito, chiude gli occhi per escludere qualsiasi segnale visivo immergersi totalmente nella soddisfazione che dall’atto di nutrirsi deriva al tatto e al gusto. È come se, in questa tenerissima età, non riuscisse a concentrarsi su più di una cosa per volta. Al terzo mese tiene gli occhi aperti mentre mangia, succhia a scatti, alternati con sguardi alla madre. Un pò più avanti mangia e guarda contemporaneamente. Durante questa terza fase dell’allattamento al seno e quelle successive il legame tra la madre e il bambino si rafforza sempre più per l’unione tra la soddisfazione che dà il nutrimento e il piacere di scambiarsi degli sguardi da vicino.
Alcune mani che hanno seni tondi e gonfi riscontrano nei loro bambini la reazione detta di ‘lotta contro il seno materno’: sembra cioè, talvolta, che il bambino si agiti perché non vuole mangiare, mentre, in realtà, si agita perché la rotondità del seno materno gli ostruisce le narici, ha la bocca stretta attorno al capezzolo e non riesce a respirare. Queste madri devono, ovviamente, assicurarsi ogni volta che la posizione del bambino sia tale da permettergli di respirare agevolmente.
La scarsa funzionalità di un seno gonfio e tondo appare strana soprattutto se consideriamo la forma che abbiamo dato alle tettarelle d’applicare al biberon. Un biberon è fatto in modo tutto diverso dal seno materno. Ma Tettarella è lunga e sottile come non è mai il capezzolo di una madre della nostra specie. Questi capezzoli artificiali, allungati, sono più facili da succhiare. Ma perché, allora, se questa è la loro forma ideale, i capezzoli della madre umana non sono sviluppati nello stesso modo, mentre la madre scimmia ha i capezzoli lunghi?
La risposta è forse nella duplice funzione che, presso la nostra specie, ha il seno, destinato a produrre latte per il nutrimento dei piccoli, ma anche a essere una caratteristica sessuale. È composto, infatti, di tessuto adiposo è tessuto ghiandolare. Il tessuto adiposo gli dà la forma arrotondata, il tessuto ghiandolare produce il latte. Se ci fosse solo il tessuto ghiandolare le femmine della nostra specie, quando non dovessero allattare un figlio, avrebbero il torace piatto, come avviene per le scimmie il cui torace si gonfia solo quando è pieno di latte. Le femmine della specie umana, invece, hanno seni gonfi dalla fine dell’adolescenza fino alla vecchiaia, anche se non hanno figli, e la rorondità dei seni agisce, durante la loro vita adulta, come uno specifico segnale sessuale. È a causa di questa funzione sessuale che i loro seni sono imperfetti distributori di latte. La loro forma semisferica riduce la facilità con la quale il capezzolo dovrebbe entrare nella bocca del bambino e trovarsi a contatto con il palato. Nello sforzo di raggiungere questo scopo, il bambino preme la faccia contro la superficie curva del seno, vi affonda il naso è rischia di soffocare.
Le madri inesperte si coprono con un dito il seno appena sopra l’aureola per dare uno spazio per respirare al loro bambino affamato. La necessità di questo provvedimento sottolinea la duplice natura del seno nella femmina della nostra specie.
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12
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febbraio 12, 2009
L’osservazione del comportamento infantile da compensi inattesi, aiuta, per esempio, capire qualcosa di nuovo sul comportamento adulto. La comicità, la risata sono da sempre fonti di interrogativi, si è discusso molto sulla vera natura di ciò che troviamo divertente, ma interrogativi discussioni avrebbero potuto trovare una soluzione solo osservando la prima risata del bambino.
Questo evento stupefacente si verifica per il quarto e quinto mese di vita, proprio quando il bambino comincia riconoscere la madre e a distinguerla dagli estranei. La madre fa un gesto contro l’azione e lui ride. La prima risata della sua vita rompe il silenzio. La madre è incantata e ripete lo stesso gesto. Il rabbino di nuovo, il suo riso si illumina e quella luce si riflette sul viso della madre. Ma qual è stato il gesto, l’azione, che ha provocato il bambino questa risposta e che cosa possiamo dedurne per spiegarci la risata dell’adulto. Ci sono diverse possibilità. Spesso il bambino si mette ridere per la prima volta perché la madre lo fa saltare sulle ginocchia, gli si avvicinò furtivamente il tutt’un tratto esclama con! O finge di farlo cadere ma subito lo riafferra e le stringe tra le braccia; una scodella faccia contro di lui, contro le guance e, rumorosamente soffiò fuori l’aria; o si nasconde sbucò fuori all’improvviso; ho parte forte le mani; o lo solleva e lo fa dondolare quà e là
Che cos’hanno in comune queste azioni
Per avere una risposta, ma su osservare che, se si imprime a una qual a qualunque di essi un vigore eccessivo, il bambino si spaventa. In un attimo alla risata allegra si sostituiscono pianti e urla. Abbracciate cullato il bambino si tranquillizza subito e può anche darsi che ricomincia ridere se il gioco viene ripreso con più calma. È dimostrazione che rise pianto sono strettamente legati e che la vecchia espressione ridere fino alle lacrime si fa pregare a più di un bambino. La risata è un incontro tra lo scoppio di pianto e seri e tenui gorgoni di giornata felice, tranquillo e soddisfatto.
Se ascoltate la sutura di una risata vi accorgerete che ha formato da segmenti,1 serie di respiri brevi, ripetuti ritmicamente, e simile a un lamento che sia stato suddiviso in frammenti come uno staccato musicale. È come se non altro volesse piangere ma sentisse, nello stesso tempo, che non è un vero pianto che ci si aspetta da lui. C’è una caratteristica comune allarmante e le si giocose che abbiamo elencato prima e che la madre infligge amorosamente propri figli. La madre, cioè, e inizia un gioco che in sé violento e poi, bruscamente, lo interrompe. Dal bambino un piccolo brivido di paura e permette. Spaventa, ma solo per una frazione di secondo. Il bambino avverte il pericolo di cadere, di soffocare, esaltare troppo in alto per poi precipitare a terra di farsi male comunque in qualche modo e per la paura respira rumorosamente, ma anche mentre in rete questo respiro si mirò un lamento, qualcosa mi dice che va tutto bene, che quella non è una vera minaccia, e solo un gioco.
Sequela minaccia non è innocua ed è innocua perché: uno s’interrompe subito due vede che sua madre a mettere in atto e ormai la riconosce come sua protettrice ed avere fiducia in quel che fa tre si accorge che la madre sorride e che si trova qui in una disposizione d’animo amichevole nonostante l’apparente violenza di modi. Tutto questo si somma a un segnale di base. Il messaggio del bambino riceve dice: questo l’emozione che non contiene rischi. Che farà sussultare, ma di sentirsi tranquillo perché la tua amata madre nella quale vuoi avere fiducia a fartela provare.
I bambini capiscono subito credere le fa star bene. Costatare ripetutamente di quell’emozione non è pericolosa, che quel minaccia e realtà uno scherzo da un sollievo che, ogni volta, porta con sé una gioia speciale, la gioia di stabilire una paura infondata. Qui, ci insegna di bambini, sta all’intero fondamento, la vera origine di ciò che più agli adulti era comicità. Le battute di un comico sono fondamentalmente terrorizzanti, nelle di spaventarci ci divertono perché abbiamo sempre saputo che quella non è un poliziotto o un politico ma un attore fare con pagliaccio. Ecco di nuovo il segnale contraddittorio che dice contemporaneamente il rischio e sicurezza.
Questa interpretazione spiega perché bambini non ridono fino a quando non riconosco la programmate. Solo allora capiscono che quell’azione che mette paura a un’origine affettuosa.
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