mar
23
Posted by Ethel on
marzo 23, 2009
Questo articolo è per tutti quelli che si sentono genitori perfetti o che vorrebbero esserlo o che ritengono che esserlo sia veramente possibile o che esserlo sia veramente positivo.
Dovete mettervi in testa una cosa e la dovete ripetere a voi stessi 100 volte al giorno
‘I GENITORI SONO ESSERI UMANI E NON SUPEREROI‘!
SBAGLIERETE SEMPRE anche se ritenete di aver fatto la cosa più giusta… ci sarà sempre qualcuno che vi dirà che era meglio che vi comportavate in un altro modo, i vostri figli vi rimprovereranno sempre sia che gli avrete detto un SI’ sia che gli avrete detto un NO… quello che è importante, se non essenziale, è che, se vi chiedono il perchè voi abbiate preso una decisione, dovete saper rispondere con chiarezza.
Cosa vuol dire questo: che dovete avere chiaro dentro di voi perchè fate una scelta e non un’altra, in modo che, in caso di discussione, una cosa sia chiara ai vostri figli… che con i vostri gesti volete trasmettergli dei valori e un modello di vita.
NON DOVETE ESSERE PERFETTI: potete dimenticare le cose, potete arrabbiarvi più del dovuto, potete ritornare su posizioni prese in precedenza, questo non è sintomo di insicurezza, ma di duttilità, e insegna ai vostri figli che, come si può sbagliare, si può riparare agli errori e così non si spaventeranno per una caduta, perchè sapranno di potersi rialzare.
L’imperfezione di un genitore è importante anche perchè permette al bambino di correggerlo e quindi di riuscire a capire quanto chiare nel bambino siano le regole che gli abbiamo voluto trasmettere.
Inoltre questo aiuta il bambino a sentirsi grande perchè è lui a correggere il genitore (e non il contrario) e gli dona la fiducia di potersela cavare in determinate situazioni anche senza l’intervento dell’adulto.
La cosa importante è che da ogni errore dobbiamo trarre un insegnamento importante per noi e per i nostri figli in modo da CRESCERE INSIEME!
mar
21
Posted by Ethel on
marzo 21, 2009
Oggi anche bambini molto piccoli vengono messi a dormire da soli. La loro camera spesso è ben arredata, il letto comodo, caldo e soffice.
Ma sono queste le cose che chiedono? E’ naturale per loro essere lasciati soli?
Basta un breve esame obiettivo per darci la risposta…anche se non è quella che vorremmo sentire.
La verità è che le belle camerette piacciono più alle madri che ai figli.
Non c’è bambino che non preferirebbe stare in braccio a sua madre in una squallida capanna piuttosto che solo in un ambiente costosamente arredato.
Come lo dimostra? Lanciando costantemente segnali di soccorso.
Il pianto, le grida sono richieste di aiuto e non, come si pensava in passato, le manovre del bambino cattivo per ordire una trama ai danni dei suoi poveri genitori già tanto affaticati. Queste interpretazioni assurde nascevano da un errore di base. I bambini, innaturalmente isolati dai loro genitori, gridavano la loro protesta. I genitori o li lasciavano piangere per ‘educarli all’obbedienza’ …o seguitavano a correre avanti e indietro per consolarli, sistema che finiva col punire tutti, genitori e bambino.
Se ci si fosse soffermati ad osservare i bambini si sarebbe imparato da loro come trattarli, invece di proporre soluzioni basate su un errato concetto di educazione.
Il bambino piccolo cui sia permesso di passare notte e giorno accanto alla madre non soffre di questi accessi prolungati di grida. Nelle società tribali, dove è naturale che dorma con la madre e resti in contatto col suo corpo il più a lungo possibile, non ha bisogno di chiedere aiuto.
Ai tempi in cui ebbe origine la nostra specie sarebbe stato troppo pericoloso lasciare soli i bambini piccoli. Essi avevano sviluppato, perciò, un penetrante vigoroso segnale di paura che emettevano nel momento in cui si sentivano separati da una protezione in modo da garantirsi costantemente la presenza dei genitori.
Incapace di aggrapparsi alla madre come una scimmia o di correre verso lei come un cerbiatto, il piccolo poteva contare solo sulla sua voce per mettersi in salvo. La madre rispondeva spontaneamente a questo segnale che tutto andava bene. Di notte il bambino dormiva vicino a lei e gli era facile ricevere le sue attenzioni.
La vicinanza continua rendeva più semplice l’allattamento al seno durante la notte. La madre necessariamente interrompeva il sonno, ma con calma, senza bisogno di tendere l’orecchio, senza farsi passeggiate avanti e indietro per calmare il pianto. La mattina si svegliava riposata e serena.
Se questo sistema funziona così bene, perché è stato abbandonato?
Il primo motivo è l’urbanizzazione che, all’inizio, costringeva gli abitanti delle città a vivere in condizioni antigieniche. Quando ovunque c’erano sporcizie e disordine, tenere il bambino isolato almeno mentre dormiva sembrava una misura di sicurezza.
Nelle società industriali raramente il bambino è stato messo a dormire con i genitori, mentre per le società non industriali, in 71 dei 90 casi esaminati da una ricerca, aveva l’abitudine di dormire tutti insieme.
Un secondo fattore è stato l’irrigidimento del concetto di disciplina ed educazione che, all’inizio, veniva riferito solo ai bambini più grandi ma poi, in virtù del proverbio ‘il medico pietoso fa la piaga dolorosa‘, si è esteso anche alla prima infanzia. I bambini piccoli vengono lasciati piangere, tutti soli, per renderli forti e autosufficienti.
È interessante sottolineare che nei rari casi in cui una società tribale vigeva questo sistema, la condizione di vita era basato sulla guerra e sulla lotta. Presso le tribù guerriere ai bambini, anche molto piccoli veniva imposta una rigida disciplina per farli essere più aggressivi da adulti. E così avveniva, infatti.
Un altro fattore intervenuto a sostegno dell’isolamento del bambino durante la notte è stata la paura che, dormendo insieme ai genitori il bambino avrebbe potuto restare soffocato. Per milioni di anni nella nostra specie non è esistito il privilegio della camera del bambino, quindi il rischio di soffocamento potrebbe sembrare una supposizione assurda, ma non del tutto priva di fondamento. Quando venivano fasciati stretti anche la notte con delle assicelle, i bambini riuscivano a stento a muovere un muscolo. Se fossero stati messi a dormire con i genitori, il pericolo di soffocamento c’era perché non erano in grado di proteggersi. Ma se libero di muoversi e contorcersi il probema non sussiste perchè i genitori si accorgono dei suoi movimenti. Il cervello in riposo è tuttavia pronto a cogliere il primo segnale di disagio del bambino e può capitare che, continuando a dormire, si spostino perché possa stare più comodo.
Una delle cause della depressione post partum è lo stato di abbandono in cui cade la mamma, poichè il suo sistema ormonale richiede ancora il contatto diretto e continuo con il bambino. Alle mamme cui è permesso di rimanere vicino al bambino è molto meno frequente, tanto che si consiglia di eliminare la cameretta fino a tutta la prima infanzia.
Contro questi argomenti, tutti positivi, c’è il disagio che può causare ai genitori la vicinanza del bambino per tutta la notte. Se il neonato diventa un intruso nel rapporto dei genitori è necessario trovare una sorta di compromesso a vantaggio di tutti tre.
Mettendo una culla accanto al letto di solito può essere un buon compromesso.
Questo compromesso è, sotto molti aspetti, più vicino alla condizione primitiva che non dormire tutti e tre insieme, perchè i letti moderni sono stretti, mentre all’origine della specie si dormiva per terra e c’era più spazio.
Alle madri che si vergognano di avere, in passato, ceduto alle grida dei loro ‘tiranni’ e di averle presi in braccio e portati nel proprio letto si potrebbe dire che a vergognarsi dovrebbero essere quelle che, cedendo ad insegnamenti presuntuosi e devianti, hanno lasciato gridare i loro bambini fino a farli cadere in un sonno irregolare e solitario.
mar
17
Posted by Ethel on
marzo 17, 2009
Se un ospite che ha passato la notte a casa nostra e chiediamo se ha dormito bene può darsi che risponda ‘ho dormito come un bambino‘ e nel vederci compiaciuti aggiunga per prenderci in giro ‘mi sono svegliato urlando ogni 10 minuti‘.
Entrambe le affermazioni sono valide perché i bambini dormono più degli adulti, per cui dormire come un bambino significa dormire a lungo, ma è anche vero che il sonno dei bambini si interrompe più spesso di quello degli adulti. Un neonato dorme più del doppio di un adulto, però invece di fare un unico sonno durante la notte dorme a tratti, tra giorno e notte.
Per essere più precisi, la media dei neonati, durante la prima settimana, dorme 16 ore e 6 minuti nelle 24 ore. Studi recenti avevano fissato il numero delle ore di sonno a 22, ma da controllo ulteriore è risultato che si tratta di eccezioni e non della media. Un esame condotto su 75 neonati ha dimostrato che, anche per quanto riguarda le ore di sonno, esiste una considerevole differenza tra un bambino e l’altro: da un minimo di 10 ore e 5 minuti nelle 24 ore, per alcuni casi, ad un massimo di 23, ma la media resta ferma alle 16 ore e 6 minuti.
Al termine del primo mese il totale delle ore di sonno del bambino scende 14 e 8 minuti e diminuisce gradualmente fino a raggiungere, a sei mesi una media di 13 e 9 minuti. Alla fine della propria infanzia, cioè ad un anno di età, il bambino dorme circa 13 ore su 24, che diventeranno 12 a cinque anni e nove a 13 fino a ridursi alla media adulta di 7 ore e mezzo. Questa progressiva riduzione delle ore di sonno non è divisa equamente tra notte e giorno. Il sonno del giorno diminuisce più in fretta fino a scomparire del tutto. Alla nascita, i neonati dormono di giorno quasi quanto di notte. È dimostrato che, nella terza settimana di vita, si dorme per il 54% durante il giorno e per il 71% durante la notte. Alla 26ª settimana il sonno del giorno cala al 28% e quello della notte sale all’83%.
Quindi, in luogo di vari brevi tratti di sonno durante il giorno e durante la notte, ecco profilarsi gradatamente lo schema di un prolungato sonno notturno unito a brevi sogni diurni. 10 ore di sonno quasi ininterrotto durante la notte costituiscono un grande sollievo per i genitori ormai stanchi. Il bambino comincia ad adeguarsi lentamente al modello di vita umana attiva. Anche i sonnellini diurni diminuiscono fino a ridursi a uno di mattina è uno di pomeriggio.
Questo è di solito il bilancio del primo anno di vita. Con il concludersi della prima infanzia, anche il sonnellino era mattina scompare.
mar
13
Posted by Ethel on
marzo 13, 2009
Quando un neonato ha mangiato abbastanza, reagisce all’offerta del seno, della tettarella o del cucchiaio, in modi caratteristici: o respinge con la lingua il capezzolo, la tettarella, il cucchiaio, o distoglie la testa dalla fonte da cui proviene il cibo. Questi due gesti sono entrambi eloquenti e se offrono uno speciale interesse è solo perché sono all’origine del successo dei successivi segnali adulti. Tirare fuori la lingua o voltare la testa sono inequivocabili reazioni di rifiuto in molti contesti sociali. Queste semplici manifestazioni infantili sono sopravvissute nel sistema di comunicazone adulto attraverso il linguaggio del corpo.
‘Tirare fuori la lingua‘ è un comune gesto villano, un insulto, ma nessuno si chiede perché venga ritenuto tale.
La verita è, naturalmente, che, per intuito, vediamo come un rifiuto dell’oggetto cui lo sporgere della lingua è diretto. Nella fattispecie noi stessi. Sappiamo, anche se inconsciamente, che in quel momento siamo trattati come un cibo non desiderato.
Molti tirano fuori la lingua in circostante completamente diverse e cioè per concentrarsi meglio. Non se ne accorgono, eppure non potrebbero evitarlo. I bambini lo fanno quando vogliono dedicare tutta la loro attenzione a un giocattolo senza essere disturbati, gli adulti quando infilano un ago o fanno un disegno o osservano un meccanismo complicato. In tutti questi casi la lingua si comporta come quando, nell’infanzia, respingeva un adulto che offriva insistentemente del cibo.
Il messaggio lo stesso di allora e sostanzialmente vuol dire ‘per piacere lasciami in pace‘.
Anche l’altra forma di rifiuto del cibo, il gesto di voltare la testa da un’altra parte, dà origine a un segnale adulto. Quasi dappertutto, infatti, scuotere la testa equivale a dire no.
Il bambino che rifiuta il cibo di solito volta la testa bruscamente da un lato e se la madre, sollecita, segue il suo movimento con il biberon col cucchiaio, lui la volta immediatamente dall’altra parte. Questo scatto da destra a sinistra e da sinistra a destra equivale a scuotere la testa da una parte all’altra per dire no. Pochè il bambino non sa manifestare con le parole le sue sensazioni deve affidarsi a questa semplice espressione del linguaggio del corpo per comunicare che le sue esigenze sono cambiate, i genitori imparano presto a rispettare questo segnale. È facile capire, allora, come il gesto di scuotere la testa abbia assunto universalmente significato di diniego.
In qualche parte del mondo, per esempio in Grecia, c’è un altro modo di dire no con un gesto. Il NO greco consiste nell’alzare la testa e poi gettarla indietro. E’ un’abitudine meno diffusa dello scuotere la testa, ma l’origine è la stessa. Sebbene sia più facile che i neonati votino la testa da un lato per rifiutare il cibo, può capitare, qualche volta, che la alzino e la gettino indietro. Ma non l’abbassano mai, perché non servirebbe a sfuggire al seno materno contro il quale tengono appoggiata la faccia. Non è un caso che ovunque, il cenno della testa verso il basso sia il segno di assenso, un modo per dire SI’.
mar
11
Posted by Ethel on
marzo 11, 2009
Tutti i genitori si ritrovano a rincorrere festicciole e attività pomeridiane dei loro figli, nonchè recite e gite, nonchè visite agli amichetti e…
Ma molti tendono a farsi fagocitare da tutto questo!
Quanti di noi genitori hanno rinunciato a qualcosa nel momento in cui hanno avuto dei figli? Forse tutti, forse quasi tutti… ma sicuramente la maggior parte di noi.
Penso che sia una delle cose più sbagliate per diversi ordini di motivi:
1. Il primo perchè si riversanole proprie frustrazioni e le proprie passioni represse sui figli, spingendoli in numerose attività adducendo come motivo che era un nostro sogno e che vorremmo che almeno loro lo
realizzassero.
Ma… i vostri figli non siete voi… loro possono non avere le vostre stesse attitudini, possono non essere attratti dalle cose che attraggono voi, e costringere i figli a coltivare le VOSTRE passioni rischia di non
permettergli di coltivare le PROPRIE!
2. Un altro motivo è che frustrando le nostre passioni blocchiamo qualcosa in noi e ciò rischia di impedirci di vivere la genitorialità come un dono più che come una privazione.
I nostri spazi sono importanti quanto quelli dei nostri figli. Ritagliare 1o2 ore al giorno per noi è un modo per sentirci liberi, rilassarci dalle incombenze, sentire che possiamo ancora dedicarci a noi stessi senza
dipendere costantemente dalle esigenze della famiglia.
Se c’è una cosa che non ho mai sopportato in mia madre e che stavo acquisendo anche io era quella di ribadire costantemente a quante cose nella vita avevo rinunciato per i miei figli, per mantenere la mia
famiglia, per essere altamente efficiente sotto ogni putno di vista, tanto che avevo preso tutto come una missione di guerra :-O: non c’era spazio per me se no ne toglievo ai miei figli, allo studio, ai dovevi in generale… le mie emozioni non contavano (piangevo nei ritagli di tempo)… e questo e sfociato in un allontanamento dallo spirito iniziale di amore e dolcezza che ho immediatamente provato quando ho scoperto di essere incinta.
3. Un altro motivo per il quale ritengo sia importante staccare e dedicarsi a ciò che ci gratifica maggiormente è dato dal fatto che questo ci permette di rientrare nel nostro ruolo di genitori con maggiore vigore e rilassamento e quindi di vedere e intervenire sui nostri figli in modo meno pressante e ‘prestazionale’.
Cosa voglio dire con PRESTAZIONALE ?!?
Avendo come unico scopo della vita i nostri figli e focalizzandoci solo su di loro, rischiamo di imporgli la nostra voglia di successo nella vita.
Se l’unico nostro ruolo è quello di genitori ci fa sentire male l’idea di poter fallire in tale mansione… ma se, contemporaneamente, siamo anche nuotatori, ciclisti, corridori, fotografi, cuochi, questo ci permette di
delocalizzare la nostra attenzione.
4. L’ultimo motivo, che però io ritengo essere il più importante, è che CE LO MERITIAMO. Fin dal mattino e così per tutta la giornata abbiamo pensato ai figli, al lavoro, alla casa… ora tocca pensare a noi stessi e sentirci sereni nel farlo è importante.
Non fatevi dire da nessuno che siete dei genitori snaturati perchè dedicate del tempo esclusivamente a voi stessi… è solo un modo per non scoppiare.
Questo l’ho capito solo dopo più di 7 anni in cui avevo accumulato una quantità di stress indicibile che scaricavo inevitabilmente sui miei figli e vi assicuro… non ero una madre migliore di quanto non lo sia adesso che coltivo la mia passione… anzi… tutt’altro!
mar
09
Posted by Ethel on
marzo 9, 2009
Un’inconveniente comune ai bambini molto piccoli è il dolore causato dall’aria che si raccoglie nello stomaco dopo aver mangiato.
Le madri sono arrivate a considerarlo un normale modello di comportamento e, alla fine di ogni pasto, al seno o al biberon, compiono regolarmente il ‘rito del ruttino‘. Pensano che quella bolla d’aria che si forma nello stomaco sia un fatto naturale del bambino nei primi mesi di vita. Il biologo, invece, pensa che sia molto strano che questo difetto esista. Il neonato è una macchina sintonizzata a un tale livello di perfezione che l’idea di un difetto appare inverosimile.
Ma c’è un’altra spiegazione?
Nelle società tribali le donne non devono affrontare queste difficoltà. Il rito del ruttino è limitato, pare, alle più prospere società occidentali e può darsi quindi che in queste culture si verifichi un errore.
Forse quella bolla d’aria, dopotutto, non è un difetto naturale.
Il bambino, si dice, mentre succhia il latte inghiotta anche una grande quantità di aria e, per eliminare quel fastidio, deve espellerla. Qualche volta non ci riesce tanto facilmente e la madre deve aiutarlo tenendoselo stretto al petto con la faccina sopra la sua spalla. Tenuto così, in posizione verticale, mentre la madre gli da dei colpetti sulla schiena, il neonato rigurgita l’aria. Madre e figlio si rilassano. Il rito è compiuto e ci si può addormentare tranquillamente.
Ma perché i neonati tribali non soffro di quest’inconveniente?
La risposta è o nella quantità di aria immessa o nel modo in cui l’aria si raccoglie nello stomaco. Le labbra del bambino piccolo non sono abbastanza muscolose per attaccarsi perfettamente al capezzolo o alla tettarella, non aderiscono alla fonte da cui esce il latte con energia sufficiente ad impedire che l’aria si infiltri agli angoli della bocca e poiché la soluzione esercita una forza notevole, l’aria che viene assorbita insieme al latte può essere anche in quantità rilevante. A sei mesi le labbra del bambino sono più forti, l’aria che gli entra nello stomaco è minore e la necessità del ruttino diminuisce.
Possiamo dunque spiegarci perché il bambino indotto tanta aria mentre succhia il latte, ma non perché il bambino tribale non soffra dello stesso disturbo.
Le labbra dei bambini sono fatte tutte allo stesso modo, quindi tutti dovrebbero inghiottire aria durante primi mesi dell’allattamento, al seno o al biberon.
La risposta, probabilmente, risiede nello stomaco. Bisogna scoprire la differenza tra i bambini occidentali e bambini tribali.
I bambini occidentali, di solito, per essere allattati, vengono tenuti in una posizione quasi orizzontale. I bambini tribali sono messi quasi verticalmente. Aria e latte entrano nello stomaco e devono avere la possibilità di separarsi, perché l’aria salga desta facilmente con piccoli frutti spontanei. Se il bambino è in posizione centrale, questo non avviene, l’aria resta intrappolati si raccoglie in una bolla che dà fastidio. Il grido del bambino automaticamente una posizione verticale o quasi e la questione si risolve da sola. Il colpetto sulla schiena può essere utile o no. Forse quello che serve veramente è un po’ di tempo perché l’aria salga al di sopra del latte e basterebbe una carezza qualsiasi, tanto per occupare quei pochi minuti di attesa. I bambini tribali, che succhiano il latte in una posizione più vicina con la verticale, si arrangiano da soli, senza bisogno dell’assistenza materna.
Una prova a sostegno di questa tesi è che quei bambini occidentali che vengono portati nel marsupio invece che in carrozzina non hanno quasi mai bisogno del ruttino. Sono vari i modi per ridurre la quantità di aria ingerita dal bambino. Il latte non deve fluire né troppo rapidamente né troppo lentamente. Se il flusso è intenso il neonato succhierà troppo in fretta per adeguarsi alla quantità eccessiva di latte che gli viene imposta e così gli entrerà più aria nello stomaco, ma se il flusso è scarso il bambino affamato succhierà più che può e anche così inghiottirà troppa aria. Nell’allattamento artificiale il buco della tettarella non dovrebbe essere nè troppo grande né troppo piccolo. Le tettarelle con l’uso diventano molli e vanno cambiate. Anche una posizione sbagliata del biberon, con la tettarella tenuta non sufficientemente inclinata verso il basso perché sia sempre piena di latte, può provocare una dannosa immissione di aria.
Oltre agli errori dei diversi sistemi di alimentazione anche un pianto prolungato fa inghiottire troppa aria a un neonato. La bolla d’aria raramente lo fa piangere, ma un pianto quasi sempre gli fa entrare dell’aria nello stomaco. I neonati che vogliono essere tenuti in braccio ancora un po’ o vogliono essere coccolati e piangono per attirare l’attenzione, possono ingerire dell’aria e le madri attribuiscono il pianto al dolore della bolla d’aria confondendo causa ed effetto.
Un ultimo particolare: se il neonato, dopo essere stato allattato, viene disteso sul fianco è molto meglio che sia appoggiato sulla destra piuttosto che sulla sinistra. A causa della forma del suo stomaco questo semplice provvedimento permetterà all’aria inghiottita con latte di uscire più facilmente.
mar
07
Posted by Ethel on
marzo 7, 2009
L’altro giorno una psicologa ci ha detto di scrivere cosa ci ha aiutato nella nostra ‘carriera’ di genitori.
Le cose che ci hanno aiutato a migliorare come genitori si possono contare sulla punta delle dita di una mano. Non le enuncerò in ordine di importanza ma solo nell’ordine in cui mi vengono in mente.
Prima di cominciare voglio che sia chiara una cosa ‘GENITORI SI DIVENTA‘: nessuno nasce imparato e nessuno può insegnare a qualcun’altro come gestire i propri figli, in quanto ogni bambino è diverso (esigenze, richieste, carattere…) ed è lui che, con il tempo, ti insegnerà ad essere il genitore migliore per lui… la cosa importante? Non trincerarsi in idee che pensiamo giuste anche se vediamo che alla prova dei fatti, con nostro figlio, non funzionano!
Quelle che andrò ad enunciare non sono delle regole, ma modi di pensare che possono aiutarvi a togliervi di dosso degli stereotipi che rendono forse troppo opprimente il ruolo di genitore.
Sono osservazioni di vita, così come le abbiamo percepite noi. Non le abbiamo avute sempre presenti, anzi si sono venute via via a palesare, man mano ci accorgevamo che la gioia dello gestire la nostra vita genitoriale si stava trasformando in qualcosa di monotono, noioso e routinario… quindi siamo partiti alla ricerca della nostra gioia iniziale e ci siamo accorti che, per la strada, ci eravamo persi… noi stessi!
Sì avevamo dimenticato che prima di essere dei lavoratori, prima di essere dei genitori… eravamo delle persone, con le nostre esigenze, che di giorno in giorno venivano sopite e ogni giorno insieme a queste veniva a sfumarsi lo slancio appassionato che avevamo nei confronti dei nostri figli.
Come lo abbiamo ritrovato?
Osservandoci dentro… e siamo arrivati a queste conclusioni…