Se un neonato sta per cadere reagisce esattamente come se fosse il piccolo di una scimmia antropomorfa, cerca cioè di aggrapparsi alla pelliccia della madre. È un gesto, però, inefficace e incompleto perché sua madre non ha più una pelliccia folta da offrire per evitargli di cadere. Il tentativo di aggrapparsi sopravvive, nel piccolo dell’uomo, comune un eterno ricordo della sua origine.
Succede che, quando il neonato sente che sta per cadere, non per ciò che sente, ma per un cambiamento nel suo equilibrio registrato dei canali semicircolari dell’orecchio. Cerca allora di afferrarsi a qualcosa, per salvarsi. Spalanca le braccia, allarga le mani, spiega le dita. Se non ha le gambe bloccate spalancherà anche quelle, le piega, come se cercasse un sostegno su cui appigliarsi. Poi richiude le braccia come per stringersi a qualcuno e, lentamente, tornano posizione normale. Talvolta emette un grido per avvertire sua madre.
Questo succedersi di azioni non avvengono necessariamente in presenza della madre. Sono automatiche, e spesso si limitano ad un annaspare nell’aria. Il bambino ha perso l’istinto di aggrapparsi, ma quel gesto atavico è un avvertimento per i genitori e suggerisce loro con chiarezza che il bambino all’improvviso si sente fisicamente instabile e perciò… in pericolo. L’antico gesto è diventato quindi un utile segnale visivo.
Anche i medici possono trarne vantaggio mentre visitano un neonato per controllare eventuali malformazioni agli arti. L’apertura delle braccia è simmetrica nel neonato sano e, dandogli la sensazione di sta per cadere, il medico può assicurarsi che le spalanchino allo stesso modo sia da un lato che dall’altro. Questo test venne condotto per la prima volta nel 1918 da un medico tedesco di nome Moro e da allora il movimento che il bambino compie per mantenere l’equilibrio è noto come riflesso di Moro. Il test consisteva nel distendere il bambino supino su un tavolo e nel dare poi una forte scossa al tavolo. Il bambino immediatamente spalancava gambe e braccia, annaspando. Se l’apertura degli arti era simmetrica aveva superato la prova.
La testa del bambino doveva essere perfettamente al centro del tavolo sul quale era disteso, altrimenti il risultato dell’esperimento non era esatto. Un riflesso interessante di questo esperimento risulta se capita che un bambino abbia qualcosa in mano, per esempio una matita, allora perdendo l’equilibrio, la stringeva tra le dita e da quella parte non muoveva il braccio, mentre spalancava l’altro, con la mano vuota, in cerca di un appiglio. È la prova che il riflesso di Moro consiste in un tentativo di afferrarsi a un sostegno perché, se la mano è già in quella posizione, si blocca il movimento del braccio. Il riflesso così automatico che si verifica anche quando nella mano è stretto un oggetto inconsistente come una matita.
C’è di più: basta che il bambino stringa i pollici che entro le dita piegate, perché il protendersi del braccia in fuori non si verifichi più. Se entrambe le mani stringono i pollici tra le dita, né l’uno nell’altro braccio cercheranno più un appiglio nel vuoto, come se il bambino avesse già trovato la protezione che cercava.
I medici oggi usano un modo leggermente diverso per provocare il riflesso di Moro. tengono il bambino a faccia in su con una mano sotto il corpo e una sotto la testa e lo abbassano di qualche centimetro la mano che regge la testa. Il bambino, allora, ha immediatamente una reazione della perdita di equilibrio.
Se vi capiterà di tenere in braccio un piccolo scimpanzé, assisterete a questa stessa reazione. Lui vi sarà aggrappato alla giacca, tranquillamente, e anche lui si metterà tranquillo e lascerà la presa. Nei momenti in cui vi muoverete o vi sposterete e come per alzarvi, ecco che immediatamente ne sentirete stringervisi addosso con le braccine e le gambine e attaccarvisi di nuovo con le mani alla giacca. È il riflesso di Moro nella sua piena espressione funzionale.
Nelle scimmie è presente per anni, ma nel piccolo d’uomo scompare rapidamente. Si manifesta subito dopo il parto in tutti i neonati, ma nel 97% permane fino alla sesta settimana, per poi regredire di intensità fino a due mesi e sparire completamente tra il terzo e il quarto mese; solo in casi eccezionali si verifica ancora al sesto mese.
Il riflesso di Moro non ha niente a che vedere con il comune soprassalto dovuto a uno spavento, che una reazione in realtà profondamente diversa nei particolari e non soggetta a sparire col passare delle settimane. Infatti si manifesta in forma perfino più accentuata anche nell’età matura. Ma questo è molto diverso è un irrigidimento, ma non le spalanca per afferrasse qualcosa, le tiene piegate al gomito più di quanto non avvenga nel riflesso di Moro e non distende le dita delle mani. È una risposta di difesa e non il primitivo gesto infantile di attaccarsi alla pelliccia della madre. Sono due reazioni diverse e vanno considerate sempre in modo ben distinto.
Anche se i bambini molto piccoli sono fisicamente molto deboli mostrano un atteggiamento di energia eccezionale fin dal primo giorno di vita: la presa riflessa.
Sono in grado di aggrapparsi molto forte al dito dei genitori e restare sospesi a mezz’aria.
Questa straordinaria dimostrazione di forza diminuisce molto in frette e, in pochi giorni potrebbe non essere più sufficiente a sorreggere il proprio peso.
La presa rifletta ha un andamento particolare: è clinicamente dimostrata anche nei bambini prematuri, infatti compare già durante la crescita del feto e raggiunge il suo massimo sviluppo dopo la nascita, momento in cui il suo corpo pesa poco rispetto alla forza della presa.
Con un corpo più pesante e una presa più debole, nell’arco di poco tempo non basterà più a sostenerlo e la sua dote di funambolo andrà scemando.
Alcuni bambini la mantengono fino ai 2 mesi ma mai oltre i 6 mesi, quando si verifica un momento di pausa prima del successivo stadio di sviluppo del bambino, in cui il gesto di afferrare ed aggrappare sarà deliberato, controllato e rivolto all’esplorazione del mondo esterno.
Questa volontaria capacità di aggrapparsi non è un perfezionamento della precedente ma è un comportamente che si manifesta solo quando la reazione istintiva è già scomparsa.
La presa riflessa è automatica ed è messa in opera dalla parte vecchia del cervello ma quando le zone più complicate del cervello cominciano a dominare il comportamento infantile, questa comincia a diminuire la sua attività.
Il nuovo modo di afferrare è controllabile e, il bambino di 6- 8 mesi lo sperimenta afferrando e lasciando cadere gli oggetti, nonché scaraventarli lontano.
La capacità di sfruttare questa presa per sostenere il proprio peso la riacquisterà intorno ai 2 anni.
Ma che utilità ha questa presa riflessa?
È solo un residuo evolutivo dei nostri antenati scimmie, infatti i piccoli primati si aggrappano forte ai peli del ventre materno quando ancora non sono usciti completamente.
Il cucciolo resta attaccato alla pelliccia anche durante la evoluzioni della madre mentre salta e penzola dagli alberi.
Mentre in altre specie l’utilità di questo riflesso lo fa permanere a lungo, l’inutilità nella specie umana lo fa sparire velocemente.
La presa riflessa si prova premendo delicatamente il dito sul palmo della mano del neonato, il quale risponderà chiudendo intorno le sue ditine.
Se il bambino, durante questo esercizio, succhia, la presa diventerà più forte, e , se si preme il dito sul dorso della mano, questa si apre invece di chiudersi.
Considerando che le scimmie sono aggrappate anche con i piedi e sorprendente come il piccolo dell’uomo mostri l’intenzionalità di afferrare anche con le dita dei piedi, anche se non è un movimento efficace.
È un evento molto raro che un bambino nasca con i denti poiché accade a 1 su 2000 nati.
Questi denti prematuri si chiamano ‘denti di nascita’ e di solito ce n’è uno solo, in rari casi due.
Sono gli incisivi centrali inferiori.
Hanno radici deboli e non sono fissi negli alveoli. Grazie a questa mobilità, con la pressione che il neonato esercita nella suzione, rientrano nelle gengive.
Talvolta questi denti vengono tolti, ma non è necessario, perché, con il tempo, diventeranno normali denti da latte e, in tal caso, resta un vuoto fino alla comparsa dei denti permanenti.
In alcune culture, come quelle di alcune regioni africane, si vedeva con sospetto a questi bambini perché si credeva preannunciassero l’arrivo di un demonio e… venivano uccisi.
Questi bambini sono normali a tutti gli effetti ma è una caratteristica degna di nota, soprattutto se si pensa che alcuni grandi dominatori della storia erano nati con i denti: Giulio Cesare, Annibale, Luigi XIV, Napoleone, Richelieu.
Ma non tutti i bambini nati con i denti mostrano interesse a governare il mondo.
La maggior parte dei bambini mette il primo dente a 6 mesi, ma l’età può variare tra i 4 e i 14 mesi. I primi a spuntare sono gli incisivi inferiori centrali, poiquelli superiori, poi gli incisivi laterali inferiori e quelli superiori. L’ordine può variare: ci sono infatti casi in cui compaiono prima tutti gli incisivi inferiori e poi quelli superiori.
Entro il primo anno normalmente sono usciti tutti gli incisivi, ma in bambini con lo sviluppo più lento si può arrivare a 12 mesi senza che la dentizione sia iniziata.
Durante il secondo anno spuntano molari e canini, ed è in questo momento che il bambino può iniziare ad avere un po’ di irritabilità.
I dentini da latte tecnicamente si chiamano decidui, sono 20 e in un feto di 6 settinane sono già presenti come piccoli germogli sotto le gengive.
Tra la sedicesima e la ventiquattresima settimana di gravidanza questi denti cominciano a calcificare e si preparano a sbocciare.
Sembra che nei maschi compaiano più tardi e cadano prima che nelle femmine, ma non c’è dato sapere il perché le femmine abbiano bisogno dei denti da latte più a lungo dei maschi.
Quando ad un uomo mostriamo due fotografie identiche della stessa, bellissima, donna di cui una è ritoccata in modo che abbia le pupille visibilmente più grandi, l’uomo mostrerà una reazione più intensa guardando la foto ritoccata.
Questo è determinato dal fatto che, se una donna si sente attratta da un uomo, le sue pupille si dilatano attraendo a sua volta l’uomo da cui è emotivamente attratta.
I segnali di attrazione reciproca passano inconsciamente come segnali del desiderio di conoscersi meglio, stare più vicini, toccarsi, abbracciarsi.
Tutto questo vale anche per i bambini con i loro occhi grandi, e le loro pupille enormemente più grandi… esprimono in modo fisico ciò che il bambino non è ancora in grado di esprimere a parole: il suo bisogno di coccole.
Non avendo la forza e la coordinazione tale da potersi avvicinare alla madre cercherà di esercitare un’attrazione tale che sarà la madre ad avvicinarsi a lui.
Dato che alla vista della madre le pupille, già grandi, si dilatano ulteriormente, aumentando la reazione emozionale della madre verso il bambino.
Perché si possa vedere con chiarezza il richiamo delle pupille i bambini piccoli presentano il colore dell’iride molto chiaro, azzurro. Questo vale solo per i bambini bianchi poiché, per i bambini neri, le cui origini sono tropicali, l’intensa pigmentazione è più importante di qualsiasi altro elemento.
Comunque il colore degli occhi tende a cambiare intorno ai sei mesi quando il bambino impara a badare a se stesso, il passaggio è graduale attraverso un crescente intorpidimento. Se dopo i 6 mesi gli occhi restano azzurri e limpidi vuol dire che il loro colore sarà quello per sempre.
I neonati sono molto diversi l’uno dall’altro, ma può essere utile sapere quali sono le loro caratteristiche comuni.
La gestazione va da 240 a 293 giorni, se meno il neonato si dice prematuro, se più si dice in ritardo e 266 giorni è l’intervallo più probabile tra il concepimento e il parto.
Calcolando 280 giorni dalla fine dell’ultima mestruazione si ha un calcolo abbastanza preciso della data di nascita del bambino.
Per motivi ancora non noti le bambine passano, in media, un giorno in più nel grembo materno rispetto ai maschi. I bambini bianchi in media passano 5 giorni in più dei neri e in India 6 giorni in più dei bianchi.
Queste sconcertanti differenze dipendono solo dalle etnie e non dalla struttura fisica del bambino, o il benessere della sua famiglia.
Madri con età compresa tra i 18 e i 30 anni hanno maggiori possibilità di portare a termine una gravidanza e avere un parto senza inconvenienti.
Dal punto di vista del bambino avere una mamma di 22 anni è la cosa migliore poiché : è l’età più feconda, con mortalità infantile minima (12 per mille), mentre per una madre di 45 anni è del 47 per mille.
Alla nascita il piccolo d’uomo pesa circa 3,5 kg, ma il peso è molto variabile, nonostante il 95% dei bambini si attestino tra i 2,5 kg e i 3,25.
I maschi pesano in media 200 grammi in più delle femmine. Il calo fisiologico nei giorni successivi alla nascita è del 10% del peso corporeo e si riacquista dopo una settimana.
Nel primo mese il peso cresce di circa 225 g a settimana. A 5 mesi avrà raddoppiato il suo peso e ad un anno lo avrà triplicato.
L’altezza media alla nascita è di 51 cm con il 95% dei neonati tra i 46 cm e i 56 cm, e ad un anno avranno preso tra i 25 e i 30 cm.
Il cervello raddoppia il suo peso entro l’anno passando dal 25% al 66% del peso definitivo.
Alla nascita le dimensioni della testa non sono proporzionate al resto del corpo, essendo il 25% dell’altezza totale del neonato, ma, completando la crescita, la testa non occuperà che 1/8 dell’altezza totale.
Il cuore del neonato è di circa 28 g e dopo un anno sarà di 28,60 g.
Nelle prime settimane la media dei battiti è di 140 bpm (battiti per minuto) con un picco, al momento della nascita di 180 bpm. La frequenza scenderà a 115 bpm alla fine del primo anno.
La maggiorparte dei neonati maschi presentano la discesa dei testicoli al momento della nascita, ma per quasi tutti gli altri accadrà durante il primo mese.
Il corpo del neonato è costituito da: 60% di acqua 16% di grasso 11% di proteine e 1% di carboidrati.
Quando nasce un bambino peloso la madre pensa atterrita di aver generato una scimmiotta.
In realtà questo strato di morbida peluria non è altro che il prolungamento della condizione fetale.
Prende il nome di languo e normalmente passa in pochi giorni e solo raramente si prolunga fino al quarto mese dopo la nascita, ma al momento della caduta dei peli, la pelle è quella rosea e morbida che ci si aspetta in un neonato.
È una rara opportunità di avere l’impressione fugace di quello che è l’aspetto di tutti i bambini durante le ultime settimane di gestazione.
La languo (è anche il termine con cui ci si riferisce alla pelle della pesca) compare intorno al quinto mese di gestazione per cominciare a sparire tra il settimo e il nono mese e raramente persiste sino alla nascita ed oltre.
La languo può coprire totalmente o solo parzialmente il corpo del neonato: spalle e schiena o tutto il corpo eccetto i palmi di mani e piedi.
Questa distribuzione ricorda il fatto che anche i mammiferi pelosi hanno le coperte le stesse parti e può essere interpretato come vestigia della nostra discendenza da questi mammiferi… un residuo evolutivo.
La percentuale di neonati pelosi aumenta tra i prematuri, ma anche l’influsso di corticosteroidi e ipotiroidismo e denutrizione possono portare il bambini a venire al mondo coperto di piccoli peli.
Sembra che compaia la languo immediatamente prima dello strato di grasso (vernix caseosa).
Dato che quest’ultima è prodotta dalle ghiandole sebacee terminata la loro funzione, i peli cadono.
Normalmente il neonato, appena venuto alla luce, fa qualche grosso sbadiglio che potrebbe essere associato alla stanche zza determinata dallo sforzo.
Ma la spiegazione non è questa!
Sono delle azioni riflesse che assicurano ai polmoni una profonda emissione di ossigeno.
Ad oggi per molti neonati quei primi sbadigli sono stati cancellati dalla pratica medica che accelera l’inizio della respirazione autonoma. Il processo naturale del respirare comincia molto prima che il cordone ombelicale interrompa l’immissione di sangue materno ossigenato.
Una simpatica curiosità sull’uso di coprirsi la bocca con la mano è che non è nata per buona educazione ma per superstizione.
Un tempo si pensava che a questi primi sbadigli fosse dovuta l’alta mortalità infantile, in quanto dalla bocca si riteneva uscisse un pezzo di anima e, così, si indebolissero per poi morire.
Ma al tempo di queste credenze i bambini che morivano nelle prime settimane di vita erano tanti: per scarsa igiene, pratiche non volutamente nocive…
Non sapendo darne un perché si attribuiva il tutto a quegli sbadigli!
È nell’Antica Roma che nacque l’usanza di coprire la bocca ai bambini durante lo sbadiglio per impedire l’indebolimento dell’anima che ne sarebbe derivato.
Quindi, se sbadigliamo e ci copriamo la bocca, rinnoviamo il gesto che, secondo l’antica credenza, doveva servire a trattenere l’anima dentro il corpo.