mar
13
Posted by Ethel on
marzo 13, 2009
Quando un neonato ha mangiato abbastanza, reagisce all’offerta del seno, della tettarella o del cucchiaio, in modi caratteristici: o respinge con la lingua il capezzolo, la tettarella, il cucchiaio, o distoglie la testa dalla fonte da cui proviene il cibo. Questi due gesti sono entrambi eloquenti e se offrono uno speciale interesse è solo perché sono all’origine del successo dei successivi segnali adulti. Tirare fuori la lingua o voltare la testa sono inequivocabili reazioni di rifiuto in molti contesti sociali. Queste semplici manifestazioni infantili sono sopravvissute nel sistema di comunicazone adulto attraverso il linguaggio del corpo.
‘Tirare fuori la lingua‘ è un comune gesto villano, un insulto, ma nessuno si chiede perché venga ritenuto tale.
La verita è, naturalmente, che, per intuito, vediamo come un rifiuto dell’oggetto cui lo sporgere della lingua è diretto. Nella fattispecie noi stessi. Sappiamo, anche se inconsciamente, che in quel momento siamo trattati come un cibo non desiderato.
Molti tirano fuori la lingua in circostante completamente diverse e cioè per concentrarsi meglio. Non se ne accorgono, eppure non potrebbero evitarlo. I bambini lo fanno quando vogliono dedicare tutta la loro attenzione a un giocattolo senza essere disturbati, gli adulti quando infilano un ago o fanno un disegno o osservano un meccanismo complicato. In tutti questi casi la lingua si comporta come quando, nell’infanzia, respingeva un adulto che offriva insistentemente del cibo.
Il messaggio lo stesso di allora e sostanzialmente vuol dire ‘per piacere lasciami in pace‘.
Anche l’altra forma di rifiuto del cibo, il gesto di voltare la testa da un’altra parte, dà origine a un segnale adulto. Quasi dappertutto, infatti, scuotere la testa equivale a dire no.
Il bambino che rifiuta il cibo di solito volta la testa bruscamente da un lato e se la madre, sollecita, segue il suo movimento con il biberon col cucchiaio, lui la volta immediatamente dall’altra parte. Questo scatto da destra a sinistra e da sinistra a destra equivale a scuotere la testa da una parte all’altra per dire no. Pochè il bambino non sa manifestare con le parole le sue sensazioni deve affidarsi a questa semplice espressione del linguaggio del corpo per comunicare che le sue esigenze sono cambiate, i genitori imparano presto a rispettare questo segnale. È facile capire, allora, come il gesto di scuotere la testa abbia assunto universalmente significato di diniego.
In qualche parte del mondo, per esempio in Grecia, c’è un altro modo di dire no con un gesto. Il NO greco consiste nell’alzare la testa e poi gettarla indietro. E’ un’abitudine meno diffusa dello scuotere la testa, ma l’origine è la stessa. Sebbene sia più facile che i neonati votino la testa da un lato per rifiutare il cibo, può capitare, qualche volta, che la alzino e la gettino indietro. Ma non l’abbassano mai, perché non servirebbe a sfuggire al seno materno contro il quale tengono appoggiata la faccia. Non è un caso che ovunque, il cenno della testa verso il basso sia il segno di assenso, un modo per dire SI’.
mar
09
Posted by Ethel on
marzo 9, 2009
Un’inconveniente comune ai bambini molto piccoli è il dolore causato dall’aria che si raccoglie nello stomaco dopo aver mangiato.
Le madri sono arrivate a considerarlo un normale modello di comportamento e, alla fine di ogni pasto, al seno o al biberon, compiono regolarmente il ‘rito del ruttino‘. Pensano che quella bolla d’aria che si forma nello stomaco sia un fatto naturale del bambino nei primi mesi di vita. Il biologo, invece, pensa che sia molto strano che questo difetto esista. Il neonato è una macchina sintonizzata a un tale livello di perfezione che l’idea di un difetto appare inverosimile.
Ma c’è un’altra spiegazione?
Nelle società tribali le donne non devono affrontare queste difficoltà. Il rito del ruttino è limitato, pare, alle più prospere società occidentali e può darsi quindi che in queste culture si verifichi un errore.
Forse quella bolla d’aria, dopotutto, non è un difetto naturale.
Il bambino, si dice, mentre succhia il latte inghiotta anche una grande quantità di aria e, per eliminare quel fastidio, deve espellerla. Qualche volta non ci riesce tanto facilmente e la madre deve aiutarlo tenendoselo stretto al petto con la faccina sopra la sua spalla. Tenuto così, in posizione verticale, mentre la madre gli da dei colpetti sulla schiena, il neonato rigurgita l’aria. Madre e figlio si rilassano. Il rito è compiuto e ci si può addormentare tranquillamente.
Ma perché i neonati tribali non soffro di quest’inconveniente?
La risposta è o nella quantità di aria immessa o nel modo in cui l’aria si raccoglie nello stomaco. Le labbra del bambino piccolo non sono abbastanza muscolose per attaccarsi perfettamente al capezzolo o alla tettarella, non aderiscono alla fonte da cui esce il latte con energia sufficiente ad impedire che l’aria si infiltri agli angoli della bocca e poiché la soluzione esercita una forza notevole, l’aria che viene assorbita insieme al latte può essere anche in quantità rilevante. A sei mesi le labbra del bambino sono più forti, l’aria che gli entra nello stomaco è minore e la necessità del ruttino diminuisce.
Possiamo dunque spiegarci perché il bambino indotto tanta aria mentre succhia il latte, ma non perché il bambino tribale non soffra dello stesso disturbo.
Le labbra dei bambini sono fatte tutte allo stesso modo, quindi tutti dovrebbero inghiottire aria durante primi mesi dell’allattamento, al seno o al biberon.
La risposta, probabilmente, risiede nello stomaco. Bisogna scoprire la differenza tra i bambini occidentali e bambini tribali.
I bambini occidentali, di solito, per essere allattati, vengono tenuti in una posizione quasi orizzontale. I bambini tribali sono messi quasi verticalmente. Aria e latte entrano nello stomaco e devono avere la possibilità di separarsi, perché l’aria salga desta facilmente con piccoli frutti spontanei. Se il bambino è in posizione centrale, questo non avviene, l’aria resta intrappolati si raccoglie in una bolla che dà fastidio. Il grido del bambino automaticamente una posizione verticale o quasi e la questione si risolve da sola. Il colpetto sulla schiena può essere utile o no. Forse quello che serve veramente è un po’ di tempo perché l’aria salga al di sopra del latte e basterebbe una carezza qualsiasi, tanto per occupare quei pochi minuti di attesa. I bambini tribali, che succhiano il latte in una posizione più vicina con la verticale, si arrangiano da soli, senza bisogno dell’assistenza materna.
Una prova a sostegno di questa tesi è che quei bambini occidentali che vengono portati nel marsupio invece che in carrozzina non hanno quasi mai bisogno del ruttino. Sono vari i modi per ridurre la quantità di aria ingerita dal bambino. Il latte non deve fluire né troppo rapidamente né troppo lentamente. Se il flusso è intenso il neonato succhierà troppo in fretta per adeguarsi alla quantità eccessiva di latte che gli viene imposta e così gli entrerà più aria nello stomaco, ma se il flusso è scarso il bambino affamato succhierà più che può e anche così inghiottirà troppa aria. Nell’allattamento artificiale il buco della tettarella non dovrebbe essere nè troppo grande né troppo piccolo. Le tettarelle con l’uso diventano molli e vanno cambiate. Anche una posizione sbagliata del biberon, con la tettarella tenuta non sufficientemente inclinata verso il basso perché sia sempre piena di latte, può provocare una dannosa immissione di aria.
Oltre agli errori dei diversi sistemi di alimentazione anche un pianto prolungato fa inghiottire troppa aria a un neonato. La bolla d’aria raramente lo fa piangere, ma un pianto quasi sempre gli fa entrare dell’aria nello stomaco. I neonati che vogliono essere tenuti in braccio ancora un po’ o vogliono essere coccolati e piangono per attirare l’attenzione, possono ingerire dell’aria e le madri attribuiscono il pianto al dolore della bolla d’aria confondendo causa ed effetto.
Un ultimo particolare: se il neonato, dopo essere stato allattato, viene disteso sul fianco è molto meglio che sia appoggiato sulla destra piuttosto che sulla sinistra. A causa della forma del suo stomaco questo semplice provvedimento permetterà all’aria inghiottita con latte di uscire più facilmente.
mar
05
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marzo 5, 2009
Lo svezzamento è facile per la madre moderna che può comprare il cibo già preparato a questo scopo, morbido, leggero, perfetto per far passare il bambino dal latte a un’alimentazione semi-solida e solida. Anche senza ricorrere ad alimenti già pronti in commercio ora la madre può offrire al bambino passati di verdura, di frutta o di cereali facendoli cuocere a fuoco lento e poi passandoli al setaccio o schiacciando il pulsante del frullatore.
Ma come procuravano i nostri predecessori ai loro bambini del cibo leggero e morbido?
Esistono ancora, per fortuna, le società tribali che non conoscono la tecnologia moderna, e da loro viene la risposta.
Studiosi del comportamento umano hanno osservato presso i Boscimani in Africa, e gli Ianomani in Sudamerica, altri gruppi tribali nelle Filippine, in Nuova Guinea, e nell’Asia tropicale che, per nutrire bambini in età da essere svezzati, si usa un sistema particolare, quello del bacio. E’ un’antica abitudine della nostra specie ed è provato che anche recentemente era ancora in uso nelle più remote parti dell’Europa.
Ecco che cosa avviene: la madre prende in bocca il cibo, lo mastica fino a ridurlo una pappa e appoggia le labbra su quelle del bambino, poi spinge la lingua nella bocca del bambino che risponde schiudendo le labbra e succhiando. In questo modo il cibo masticato passa dalla madre al bambino che riceve così il suo primo nutrimento diverso dal latte.
Accanto a questo nutrirsi attraverso un bacio, continua l’allattamento al seno, perché il bambino possa abituarsi per gradi al sistema di alimentazione. Poi il latte che viene dal seno materno perde la sua importanza a favore del cibo-bacio e a poco a poco il bambino comincia a ricevere bocconi più grossi di alimenti fino allo svezzamento completo.
Sotto questo aspetto, gli umani sono stati, per milioni di anni, simili, nei loro metodi di svezzamento, alle grandi scimmie, come lo scimpanzé, il gorilla e l’orango tango. Molti altri animali, come i cani selvatici e i lupi, per non parlare di innumerevoli specie di uccelli, usano lo stesso metodo per nutrire i loro piccoli durante la crescita. Presso alcuni popoli tribali è stato osservato che quando un bambino piccolo era inquieto, un fratello o una sorella maggiore o qualche altro membro della famiglia riuscivano subito a tranquillizzarlo premendo le labbra sulle sue e passandogli in bocca, con la lingua, un po’ di saliva. Con questa immissione di una sorta di alimento il bambino si calmava.
È un gesto primitivo di donare che poi si è trasformato in un saluto.
Lo stesso avviene con i cani. Il cane che saluta festosamente il padrone salta e cerca di leccargli le labbra. Si dice allora che vuole baciare il padrone, ed è giusto, perché in realtà si tratta di una versione del cibo-bacio, derivata dal tempo in cui i cuccioli saltavano per leccare le labbra degli animali adulti che tornavano dalla caccia, col cibo semidigerito nello stomaco, pronti a trasmetterlo in bocca ai figli.
Allo stesso modo il baciamano alle sue origini nei primitivi sistemi di svezzamento della nostra specie. Come saluto o come manifestazione d’amore è usato in tutto il mondo e trae il suo carattere affettivo dall’antica funzione di trasmettere il cibo al più piccolo.
Un mezzo per dare un nutrimento fisico, si è trasformato in un mezzo per dare un nutrimento affettivo.
Presso i popoli tribali di solito vediamo usare il cibo-bacio per nutrire i bambini di tre o quattro mesi, l’età che la maggior parte delle madri moderne giudica adatta al passaggio dall’alimentazione liquida a cura solida e che sembra effettivamente la migliore per svezzamento. I nutrizionisti insegnano, infatti, che al sesto mese lo svezzamento dovrebbe essere già a uno stadio avanzato perché a quell’età il latte materno o quello del biberon non fernisce più la quantità di ferro sufficiente e, senza l’integrazione di altri elementi, il bambino correrebbe il rischio di gravi squilibri della crescita. Tuttavia non deve smettere di bere il latte che, al contrario, seguiterà felicemente a far parte della sua alimentazione fino alla fine della prima infanzia, cioè al conseguimento dell’anno.
Molti osservatori del comportamento infantile sostengono che i cambiamenti improvvisi nella dieta non sono consigliabili e che il bambino trae il massimo vantaggio da una graduale sostituzione del latte nell’alimentazione, distribuita in un periodo di vari mesi.
Alcuni bambini si abituano subito alla tazza e al cucchiaio, altri rifiutano il nuovo modo di mangiare e ci vuole più tempo per convincerli ad accettarlo. Questa diversità di comportamento sembra dovuta alla maggiore o minore facilità di usare la lingua.
Quando bambino succhia il latte dal capezzolo o dalla tettarella attaccata alla bottiglia, non deve fare altro che inghiottire, ma, nell’usare il cucchiaio, vede, per trasferire cibo alla gola, sottoporre la lingua a un’attività maggiore.
Il bambino, all’inizio, si rifiuta, cerca di resistere e le conseguenze, come si sa, sono facce, vestiti e mobili cosparsi di papa.
Queste complicazioni hanno, a suo tempo, portato a concludere che bambini non dovrebbero essere svezzati se non tra i 9-12 mesi. Questo è stato il verdetto ufficiale fino a cinquant’anni fa, ma col trascorrere del tempo l’età del svezzamento sarà fissata una mano sempre prima. Qualcuno ha perfino su suggerito che dovesse cominciare a un mese dalla nascita, ma sarebbe un errore perchè a quell’età la lingua del neonato non è pronta ad assumere alcun elemento che non sia il latte.
Oggi è generalmente acquisito il principio che il quarto mese sia il periodo ideale per affrontare lo svezzamento, in modo da arrivare col sesto mese a un processo già stabilizzato finché tra il 9° e il 10º mese il bambino non cercherà di imparare a mangiare da solo.
A un’attenta osservazione risulta che bambini cominciano propriamente a mordere a quattro mesi e a masticare bene a sei mesi. E’ grazie al studio diretto del comportamento infantile che, dopo molte vicissitudini, siamo arrivati così a stabilire qual’è l’età giusta per lo svezzamento.
Potremmo sempre lasciarci guidare da ciò che si vede seguendo da vicino bambino, e non da schemi e rigorosamente fissi.
feb
26
Posted by Ethel on
febbraio 26, 2009
In passato, quando una neo madre chiedeva con quale frequenza da nutrire il bambino, le persone esperte cui si era rivolta le consigliano di rispettare un orario prestabilito. Secondo alcuni il neonato doveva mangiare ogni ora e mezzo, secondo altri ogni due o anche ogni 2 h e mezzo. Col passare delle settimane l’intervallo si prolungava fino a 3 o anche 4 h. Poi veniva abolito il pasto notturno perché il bambino comincia ad adeguarsi alle abitudini degli adulti e a imparare a dormire tutta la notte. Oltre a consigliare di seguire un orario prestabilito, si raccomandava alla giovane madre di non soddisfare le richieste di cibo del bambino durante gli intervalli prestabiliti, anche se strillava dalla fame. Qualche madre era così rispettosa del parere degli esperti da seguire ciecamente il loro severo insegnamento anche se le si stringeva il cuore nell’imporre altro nel bambino una disciplina quasi militaresca.
Quel metodo di nutrire bambini secondo un orario o uno schema fisso è stato molto seguito nella prima parte di questo secolo, ma negli ultimi decenni ha perso credito. Un numero sempre crescente di madri si è rifiutato di accettarne la tirannia e ha lasciato che fosse l’istinto materno a guidare le proprie decisioni. Invece di nutrirli a ore fisse hanno preso un’iniziativa di un’ovvietà abbagliante: hanno dato da mangiare ai loro figli quando avevano fame come, naturalmente, avevano fatto le madri primitive per migliaia di anni, prima che arrivassero gli esperti a imporre i loro sistemi creati artificialmente. Anche oggi, le madri delle società tribali nutrono i loro bambini quando chiedono di essere nutriti, giorno e notte che sia. I neonati hanno così un contatto quasi ininterrotto con la madre durante le prime settimane di vita e la loro alimentazione avviene con naturalezza e tranquillità, come un evento del tutto spontaneo in cui non c’è posto per l’orologio.
Nutrire un bambino assecondando la sua richiesta, senza restrizioni e senza limiti di orario, sembra un’imposizione grave alla madre moderna, ma i vantaggi sono molti e meritano che ne se ne tenga conto. La madre che tiene il bambino presso di sè giorno e notte, fin dalla nascita, e gli offre il seno ogni volta che le mostra di desiderarlo, trae un benefico effetto fisiologico dall’allattare poco e frequentemente. Le mammelle della madre umana sono fatte in modo da funzionare con questo ritmo, che semplifica il meccanismo dell’allattamento. Il frequente ripetersi della suzione previene gli ingorghi di latte, mentre quando il seno si gonfia perché gli intervalli tra un pasto e l’altro sono stati regolati secondo un orario troppo rigido, il bambino viene investito da un getto di latte, non riesce ad inghiottirlo e finisce col vomitare.
Inoltre, poichè il bambino mangia finchè ha fame, se ha già mangiato da non molto non sarà mai particolarmente vorace, ma se uno lo fa aspettare che arrivi l’ora stabilita per il pasto continuerà a succhiare anche quando nelle mammelle non ci sarà più latte, i capezzoli si screpoleranno, l’allattamento diventerà una funzione sgradevole e la madre penserà che il suo latte non sia sufficiente.
In altre parole allattare a lunghi intervalli, stabiliti secondo l’orario, ha il risultato negativo di fare ingerire al neonato troppo latte in una volta sola e lasciarlo poi troppo a lungo a digiuno. Se, invece, la madre lo allatterà molte volte al giorno, assecondando la sua richiesta, il seno produrrà complessivamente più latte, senza arrivare all’eccesso che inevitabilmente provoca l’ingorgo. Il flusso sarà moderato e continuo, come giusto sia per la madre sia per il bambino: il seno lavorerà a un ritmo naturale e il neonato si nutrirà con altrettanta naturalezza. Tutto sarà molto semplice, perché la madre sia pronta a offrire il seno intervalli più brevi e anche leggermente regolari, se è necessario.
Questo metodo di allattare neanche ha anche una moderata efficacia contraccettiva. Se il seno produce latte a brevi intervalli, giorno e notte, l’attivazione del sistema ormonale materno sopprime in larga misura l’ovulazione. Anche questo è un fenomeno naturale che, in contesto tribale, aiuta a lasciare un intervallo di tempo tra una nascita e l’altra, diminuendo così la fatica della madre. Se, invece, il neonato viene allattato con il sistema innaturale dell’orario prestabilito e cioè con spazi di tempo più lunghi, la regolare, ininterrotta attivazione del sistema ormonale materno si interrompe quanto basta perché il ciclo dell’ovulazione ricominci. Ecco perché è controverso il potere contraccettivo dell’allattamento al seno; perché esiste solo se la madre allatta secondo un metodo naturale, senza orari. Questo non significa che la madre debba restare a lungo bloccata in questa quasi ininterrotta funzione di nutrice. Col passare dei giorni il bambino troverà da solo il proprio orario, stabilirà il programma di alimentazione, prolungando a poco a poco gli intervalli tra i pasti. Contemporaneamente, il latte materno verrà prodotto in modo da soddisfare queste nuove esigenze. L’evoluzione ha dato alle madri questa possibilità e poche di esse si troveranno in difficoltà se si adegueranno man mano alle necessità del bambino. Gli insuccessi nell’allattamento al seno non sono dovuti all’inadeguatezza fisica delle madri ma alle circostanze che le hanno portate a seguire i sistemi naturali e non a farsi guidare dalle richieste del bambino, lasciandolo succhiare quando e quanto voleva.
È soprattutto alla mentalità vittoriana che va imputata la responsabilità di aver allontanato le madri dall’allattamento naturale. I vittoriani, infatti, disprezzavano le donne troppo pronte a offrire il seno al neonato, le accusavano di comportarsi come le mucche e affermavano che era indecente e dannoso allattare troppo spesso. A questa forma di puritanesimo si è aggiunto, nella prima metà di questo secolo, il concetto che cedere ai desideri dei bambini fosse una debolezza da evitare ad ogni costo. Ma i tiranni non erano quei piccoli, fragili bambini, erano i divulgatori di questa storia. La loro influenza è durata decenni ma finalmente, non senza difficoltà, ora hanno perso credito. Gli impegni di lavoro fanno scegliere spesso per l’allattamento ad un orario rigido che favorisce l’attività dell’adulto, ma quando le difficoltà sono comunque troppe, si passa spesso all’allattamento artificiale. E’ un sistema di alimentazione abbastanza semplice, ma priva il neonato della soddisfazione che gli viene dal contatto con il seno materno e anche se costituisce un’alternativa efficace e pratica, se scrupolosamente condotta, non è mai tanto soddisfacente per il neonato e per la madre, quanto il libero, spontaneo allattamento al seno.
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feb
12
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febbraio 12, 2009
L’osservazione del comportamento infantile da compensi inattesi, aiuta, per esempio, capire qualcosa di nuovo sul comportamento adulto. La comicità, la risata sono da sempre fonti di interrogativi, si è discusso molto sulla vera natura di ciò che troviamo divertente, ma interrogativi discussioni avrebbero potuto trovare una soluzione solo osservando la prima risata del bambino.
Questo evento stupefacente si verifica per il quarto e quinto mese di vita, proprio quando il bambino comincia riconoscere la madre e a distinguerla dagli estranei. La madre fa un gesto contro l’azione e lui ride. La prima risata della sua vita rompe il silenzio. La madre è incantata e ripete lo stesso gesto. Il rabbino di nuovo, il suo riso si illumina e quella luce si riflette sul viso della madre. Ma qual è stato il gesto, l’azione, che ha provocato il bambino questa risposta e che cosa possiamo dedurne per spiegarci la risata dell’adulto. Ci sono diverse possibilità. Spesso il bambino si mette ridere per la prima volta perché la madre lo fa saltare sulle ginocchia, gli si avvicinò furtivamente il tutt’un tratto esclama con! O finge di farlo cadere ma subito lo riafferra e le stringe tra le braccia; una scodella faccia contro di lui, contro le guance e, rumorosamente soffiò fuori l’aria; o si nasconde sbucò fuori all’improvviso; ho parte forte le mani; o lo solleva e lo fa dondolare quà e là
Che cos’hanno in comune queste azioni
Per avere una risposta, ma su osservare che, se si imprime a una qual a qualunque di essi un vigore eccessivo, il bambino si spaventa. In un attimo alla risata allegra si sostituiscono pianti e urla. Abbracciate cullato il bambino si tranquillizza subito e può anche darsi che ricomincia ridere se il gioco viene ripreso con più calma. È dimostrazione che rise pianto sono strettamente legati e che la vecchia espressione ridere fino alle lacrime si fa pregare a più di un bambino. La risata è un incontro tra lo scoppio di pianto e seri e tenui gorgoni di giornata felice, tranquillo e soddisfatto.
Se ascoltate la sutura di una risata vi accorgerete che ha formato da segmenti,1 serie di respiri brevi, ripetuti ritmicamente, e simile a un lamento che sia stato suddiviso in frammenti come uno staccato musicale. È come se non altro volesse piangere ma sentisse, nello stesso tempo, che non è un vero pianto che ci si aspetta da lui. C’è una caratteristica comune allarmante e le si giocose che abbiamo elencato prima e che la madre infligge amorosamente propri figli. La madre, cioè, e inizia un gioco che in sé violento e poi, bruscamente, lo interrompe. Dal bambino un piccolo brivido di paura e permette. Spaventa, ma solo per una frazione di secondo. Il bambino avverte il pericolo di cadere, di soffocare, esaltare troppo in alto per poi precipitare a terra di farsi male comunque in qualche modo e per la paura respira rumorosamente, ma anche mentre in rete questo respiro si mirò un lamento, qualcosa mi dice che va tutto bene, che quella non è una vera minaccia, e solo un gioco.
Sequela minaccia non è innocua ed è innocua perché: uno s’interrompe subito due vede che sua madre a mettere in atto e ormai la riconosce come sua protettrice ed avere fiducia in quel che fa tre si accorge che la madre sorride e che si trova qui in una disposizione d’animo amichevole nonostante l’apparente violenza di modi. Tutto questo si somma a un segnale di base. Il messaggio del bambino riceve dice: questo l’emozione che non contiene rischi. Che farà sussultare, ma di sentirsi tranquillo perché la tua amata madre nella quale vuoi avere fiducia a fartela provare.
I bambini capiscono subito credere le fa star bene. Costatare ripetutamente di quell’emozione non è pericolosa, che quel minaccia e realtà uno scherzo da un sollievo che, ogni volta, porta con sé una gioia speciale, la gioia di stabilire una paura infondata. Qui, ci insegna di bambini, sta all’intero fondamento, la vera origine di ciò che più agli adulti era comicità. Le battute di un comico sono fondamentalmente terrorizzanti, nelle di spaventarci ci divertono perché abbiamo sempre saputo che quella non è un poliziotto o un politico ma un attore fare con pagliaccio. Ecco di nuovo il segnale contraddittorio che dice contemporaneamente il rischio e sicurezza.
Questa interpretazione spiega perché bambini non ridono fino a quando non riconosco la programmate. Solo allora capiscono che quell’azione che mette paura a un’origine affettuosa.
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28
Posted by Ethel on
gennaio 28, 2009
Non c’è neinte di più affascinante in un bambino che il suo piccolo viso sorridente. La prima volta che la bocca di un neonato si apre in un largo sorriso è un momento memorabile per i genitori.
Ma quando esattamente il bambino sorride per la prima volta, e perché?
I pareri sono controversi ed, effettivamente, esiste un fuggevole pre- sorriso che compare molto tempo prima di quello vero. Anzi, del sorriso infantile ce ne sono 3 tipi distinti: il pre- sorriso (o sorriso riflesso), poi il sorriso generico che non è selettivo, e infine il sorriso consapevole, che indica una scelta precisa.
In tutti e tre i casi il bambino sorride per una ragione diversa.
Il sorriso di riflesso, secondo quanto affermato da scrupolosi osservatori del comportamento infantile, si manifesta molto presto, addirittura tre giorni dopo la nascita e compare, a intervalli, per tutto il primo mese di vita. Fuggevole e incerto, è sempre riconoscibile come un vero sorriso, ma certamente preannuncia il largo sorriso che verrà in seguito. Si ha come reazione ad un suono di una voce acuta, a un leggero solletico o alla sensazione lo stomaco pieno. In quest’ultimo caso il sorriso è quasi una risposta accidentale, mentre per il solletico diventa una sorta di reazione di sorpresa, un piccolo soprassalto. Il neonato non sussulta fisicamente ma, attraverso il sorriso. Questa reazione corrisponde a ciò che conosciamo sull’origine del sorriso. Contiene un elemento di paura, o meglio di una leggera, moderata paura. Ma quando sugli angoli della bocca mentre si stira all’indietro si volta anche in su questo si trasforma in qualcosa di diverso e di speciale.
A differenza del pianto, che gli esseri umani di video dividono con le scimmie, il sorriso appartiene solo alla nostra specie. È diventato in tutto il mondo segno di amicizia tra gli esseri umani, eppure all’origine era manifestazione vi è un leggerissimo timore e lo conferma il fatto che le prime volte sia il solletico a provocarlo.
Il solletico si fa per scherzo, ma porta sempre con sé la paura che lo scherzo vada troppo oltre. Se la paura sembra eccessiva, ecco apparire il sorriso.
Il sorriso generico arriva pressapoco nella quarta settimana di vita. Dura più a lungo, è più aperto ed è accompagnato da un’ espressiva luce nello sguardo. Tutta la faccia sorride alla madre, incantata. È ancora la sua voce a far scattare questo sorriso più pieno, che, tuttavia, è stimolato genericamente dell’apparire dall’apparire del viso di un adulto. I genitori spesso pensano che, a questo stadio, il sorriso dei figli si è rivolto specificamente al loro, ma non è così! Questa è, infatti, la fase indiretta del sorriso.
Il sorriso consapevole si manifesta molto più tardi. Può comparire tra il quarto e il settimo mese, ma più è più probabile che arrivi tra il quinto e il sesto. E’ difficile distinguere questi due sorrisi solo guardando il viso del bambino, ma la differenza sostanziale sta in chi è il destinatario del sorriso.
Chiunque riceve un sorriso generico, ma solo chi ha un contatto stretto con il bambino può aspirare all’onore di un sorriso consapevole. Gli estranei che, fino a qualche settimana prima, riuscivano a guardare il neonato da vicino e essere compensati con un largo sorriso, ora hanno una delusione di scoprire che la vecchia tattica provoca, invece, il pianto. Il bambino ha, finalmente, imparato a riconoscere le facce dei suoi genitori e distinguerle da quelle degli altri. Il sorriso è diventato, così, un saluto strettamente personale, ancora più prezioso, quindi, per il padre la madre, ammessi in un circolo estremamente esclusivo dove gli sconosciuti non sono più ben accetti.
C’è, naturalmente, un quarto sorriso: il sorriso sofisticato dell’adulto, quello che rivolgiamo alle persone che si suppone debbano piacerci, indipendentemente dal nostro reale stato d’animo. Quando, da adulti, sorridiamo ad un estraneo lo facciamo deliberatamente, per ragioni di convivenza sociale; questo è sorriso con un saluto formale, una cerimonia tra umani.
Ma queste sottigliezze sono estranee al mondo del bambino che sorride se ci conosce e se ci trova simpatici e, con l’incantevole mancanza di diplomazia, e grida davanti ad un estraneo senza curarsi che sia o no una persona importante.
Il genitori credono, qualche volta, che i loro bambini imparino a sorridere per imitazione, li incoraggiano con teneri faccia a faccia, scandì i sorrisi vocalizzi per poi sorprendersi nel sentire che bambini sorridono in ogni caso, all’età giusta, anche quando nessuno si avrò cura di segnale della. Se anche gli si fossero sempre ravvicinati con un viso di pietra, il sorriso dei loro figli sarebbe comunque, regolarmente, comparso non è, il sorriso, una reazione legata all’apprendimento, è troppo importante perché possa essere lasciato al caso. È, invece,1′espressione del viso innata, intessuta profondamente nella nostra specie. Anche i bambini ciechi, che non hanno mai visto nessuno sorridere, arrivano a sorridere.
Ma allora sono inutili tutti i sorrisi e le manifestazioni di tenerezza da parte di genitori?
Assolutamente no!
Sono utili ai genitori stessi perché aiutano a rafforzare il rapporto con il bambino che, a poco a poco, impara a riconoscesse genitori come tali, secondo un processo che culmina, a cinque o sei mesi, nel sorriso consapevole.
Infine gli studi condotti sui bambini ciechi dimostra che il loro sorriso, nonostante sia innato, non si sviluppa. Man mano che il tempo passa, senza l’effetto retroattivo del sorriso dei genitori, sorridono sempre meno, mentre bambini che ricevono continuamente l’attenzione genitori sorridono sempre di più e per periodi più lunghi. Per questi bambini fortunati il sorriso diventa una preziosa forma di comunicazione sociale che dura tutta la vita, ma indubbiamente la prima infanzia il suo momento più importante.
La ragione per cui noi sorridiamo e le scimmie no è, semplicemente, che le scimmie hanno la pelliccia. Dividiamo con loro il pianto e le grida, come segnale di soccorso che stimola la madre a soccorrere i loro piccoli. Però il piccolo della scimmia per trattenere la sua mamma vicino a sè si aggrappa alla pelliccia, e il cucciolo d’uomo? Sorride, cattura l’attenzione dei genitori intenerendoli.
Questa la prima funzione del sorriso.
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22
Posted by Ethel on
gennaio 22, 2009
Appena nati, i bambini non piangono: gridano. Il grido è l’espressione sonora di un bisogno di aiuto, mentre il pianto si manifesta visivamente con lo scorrere delle lacrime d’un lungo le guance. E’ un’esibizione percettibile alla vista che sollecita i genitori ad asciugare le guance del bambino e consolarlo.
Da uno studio condotto su 1250 bambini è risultato che solo il 13% era in grado di piangere nei primi cinque giorni dopo il parto. Per la maggioranza erano necessarie tre settimane dalla nascita e per qualcuno quattro addirittura cinque mesi. Il grido è indubbiamente una reazione che precede nel tempo il pianto.
La caratteristica più interessante del pianto e che gli esseri umani sono i soli mammiferi terrestri a versare copiose lacrime nei momenti di crisi emozionale. Gli occhi dei giovani scimpanzé quando sono arrabbiati o hanno paura scintillano, ma non ci sono tracce di lacrime sulle loro guance pelose, mentre un essere umano che piange abbondantemente ha la faccia inondata di lacrime che scorrono sulle sue guance.
Il pianto e una reazione umana molto particolare ed è strano che sia stata poco studiata.
Sono due le domande cui bisogna dare una risposta: perché i piccoli dell’uomo piangono e perché gli altri mammiferi terrestri non piangono.
Le lacrime, prodotte dalle ghiandole lacrimali situate sopra gli occhi, servono a lubrificarli sulla superficie e a tenerli puliti. Quando battiamo le palpebre, le lacrime si muovono e si diffondono uniformemente sopra la cornea. Il liquido lacrimale viene convogliato nei condotti lacrimali agli angoli degli occhi e sostituito continuamente da nuovo liquido che viene dall’alto. In condizioni normali c’è un equilibrio tra produzione e drenaggio delle lacrime e il liquido è sufficiente a mantenere umida la superficie della cornea.
Se entra della polvere negli occhi la secrezione lacrimale aumenta e noi cominciamo a piangere, appena appena, mentre le ghiandole lacrimali cercano di lavare via la polvere. Anche turbamenti effettivi producono in noi un eccesso di lacrime, ma in questo caso la loro quantità è molto elevata. Le lacrime sgorgano oltra la palpebra inferiore, i condotti lacrimali non reggono il grosso volume di liquido che gocciola sulle guance e poi giù, lungo il corpo.
Ricerca sulla composizione delle lacrime ha portato a due interessanti scoperte.
La prima è che le lacrime contengono un enzima battericida, il lisozima, che adempie alla funzione fondamentale di ridurre il pericolo di infezione degli occhi che, senza questo enzima, sarebbe estremamente sensibile a qualsiasi tipo di malattia. La secrezione lacrimale quotidiana ne contiene quanto basta, non è necessario piangere perché il lisozima svolga il suo compito.
La seconda scoperta è che le lacrime prodotte in grande quantità in un evento di natura affettiva, sono chimicamente diverse dalla comune, quotidiana secrezione lacrimale. Quando siamo inquieti o addolorati, l’improvviso aumento delle componenti chimiche provocate dalla tensione nervosa sul nostro organismo crea una situazione di eccedenza. Se la nostra sofferenza affettiva porta con sé un’intensa attività fisica, come una lotta o una fuga, le componenti chimiche eccedenti circolano nel nostro corpo e il pianto copioso è un modo per eliminarle e permettersi di acquistare un maggiore equilibrio.
L’aspetto essenziale dei conflitti emotivi è che noi siamo portati a compiere contemporaneamente due azioni contraddittorie e questo ci mette nell’impossibilità di obbedire a un impulso o all’altro. Restiamo fermi impotenti là dove ci troviamo, strappandoci i capelli, in preda a un’acuta sofferenza mentale.
Se, a questo punto, scoppiamo in singhiozzi, riusciamo a liberarci di una parte delle componenti chimiche di tensione nervosa che si sono sprigionate in noi ed è questa la funzione particolare che alcuni autorevoli studiosi attribuiscono a questo fenomeno che è il pianto. Certamente le lacrime che bagnano i nostri occhi quando vi è entrata un po’ di polvere sono diverse chimicamente da quelle che versiamo quando siamo turbati negli affetti. Nel primo caso, infatti, le componenti chimiche da tensione nervosa sono assenti.
Ciò che compila questa tesi è che anche i piccoli degli scimpanzé hanno bisogno di liberarsi col pianto dei componenti chimiche da tensione nervosa, né più né meno come quelli dell’uomo. Eppure non piangono. Per sostenere, contro questa obiezione, la tesi della tensione nervosa, non resta altro che supporre che i piccoli dell’uomo abbiano più motivi di pianto dei piccoli degli scimpanzé. Pensiamo a quanto sono indifesi rispetto alle agili scimmie antropomorfe strette alla pelliccia materna, la supposizione non pare del tutto azzardata.
Il pianto dei piccoli dell’uomo può essere spiegato anche come manifestazione visiva della richiesta d’aiuto. Le scimmie hanno le guance ricoperte di peli che osserverebbero e nasconderebbero le lacrime mentre le facce lisce dei piccole dellìuomo sono particolarmente adatte a mettere in risalto lucenti rivoli di lacrime.
È quasi come se i bambini volessero sporcarsi per sollecitare la madre a intervenire subito preso dalle larghe e ripulire le guance. Le madri umane hanno un forte, innato desiderio di tenere puliti i loro bambini e quelle lacrime non mancheranno di provocare la loro premurosa, confortante risposta.
Questa spiegazione non è, naturalmente, in contrasto con l’altra.