se una mamma volesse un don otutto per sè, quale potrebbe essere?
Non è stato facile trovarlo perchè mi è venuto in mente che ad una mamma basta che i propri piccoli siano felici e chiede molto poco, basta che la propria famiglia stia bene ed è felice, basta che i problemi che òa affliggono non tocchino le persone a lei care ed è serena… i pensieri giravano e non mi veniva in mente niente… poi… l’illuminazione!!!
Ho preso un foglio e ho scritto il dono più grande che ad una mamma si possa fare:
LA SPENSIERATEZZA.
Eh… ma trovatolo mi è toccato pensare a come donarlo…
CHIDETE GLI OCCHI:
Pensate al modo in cui giocano i vostri figli (o, se sono troppo piccoli, a come giocavate voi: vestiti sporchi, urla, azioni pericolose, litigi con gli amichetti…).
Poi… pensate di indossare una tuta, la più vecchia che avete, delle scarpe logore e… pensate di giocare con vostro figlio in quel modo, tanto che vostro figlio resti perplesso delle vostre azioni e con sguardo e tono interrogativo si rivolga a voi dicendo ‘MAMMA…ma questo non si fa!’ e voi non curanti di dare spiegazioni continuate imperterrite nel ‘gioco proibito’ coinvolgendo il vostro cucciolo, incuranti di quanto poi ci vorrà per fargli capire che quello che avete fatto in realtà non è giusto che si faccia… infischiatevene se i capelli si arruffano, se, alla fine del gioco, la vostra tuta è diventata un campo di battaglia, non pensate a come vi giudica la gente per quello che state facendo e… continuate imperterrite a farlo!
Come ogni cosa anche i FUNERALI del CARNEVALE subirono un’evoluzione nel tempo fino ad assumere la forma che tutt’oggi permane. Si aggiunsero nuovi particolari che lo resero via via più folcloristico e curioso.
Fu nel 1856 che assunse la sua forma definitiva: si bruciava il fantoccio “Fiammàa“.
Fu nel 1871 che venne aggiunto un simpatico particolare alla cerimonia: il Notaio della Giulia di Aranco (attuale Rione borgosesiano, ma allora Comune a se stante) pensò di redarre umoristicamente il “Testamento olografo di Peru Magunella”, che aveva preso il posto del fantoccio del Carnevale. Veniva pubblicato prima della tradizionale fiammata.
La trovata di rendere pubbliche queste “ultime volontà” fu quella che decretò l’indiscusso successo successo di questa manifestazione poichè divenne sempre motivo e modo di satire politiche.
Il mestolo di legno che veniva utilizzato per bere (cassù) entrò a far parte della divisa nel 1905 ad opera del Prof. Carlo Conti.
Nei secoli anche i bar e i negozi e privati parteciparono attivamente a rendere ancora più piacevole questa tradizione organizzando golosi punti di ristoro.
Alle 10 del mattino la banda cittadina si reca presso il Centro Pro Loco. Di qui parte il corteo mattutino per dirigersi all’assaggio delle fagiolate preparate dai cuochi dei Rioni borgosesiani.
Il ritorno al Centro Pro Loco è previsto per l’ora di pranzo dove viene servito da mangiare per oltre 300 commensali e viene eletto anche il Presidente del Comitato organizzatore.
Terminato il pranzo avviene la distribuzione del “cassù” ed inizia il corteo con bande musicali e “Purtighett dal Peru” e il “carro di Bacco”, dai quali vengono distribuiti rispettivamente panini e vino.
Il corteo termina alle 19 nella piazza principale di Borgosesia quindi i dolenti restano in attesa delle 21, ora in cui devono di nuovo recarsi al Centro Pro Loco, da dove parte la fiaccolata.
La giornata termina a tarda sera con la lettura del testamento del Peru, con spettacoli pirotecnici ed il rogo che scrive pone fine al Carnevale.
Spettacolare, da che non sapevo che esistesse, mi sono ritrovata a sapere molto più di questa forma di Carnevale che della nostra. E’ bello quando lavorare per il proprio sito porta a tanta conoscenza in più di quanta se ne abbia… perchè donare il proprio sapere è bello ma anche cogliere nuovi aspetti delle vecchie nozioni aiuta a crescere…
E’ nel mercoledì delle Ceneri del 1854 che nacque questo particolare modo di salutare il Carnevale.
La nascita di questa manifestazione possiamo retro datarla di 4 anni rispetto alla data di nascita se consideriamo tutta la sua gestazione.
Fu l’arrivo della Manifattura Lane Borgosesia nel 1850 ad opera dei fratelli Antongini di Milano e del tedesco Chumachen, che potrò la svolta al Carnevale di Borgosesia che si sviluppò in una serie di manifestazioni organizzate e che solo nel 1854 assunse le forme definitive grazie all’estro di un tal Bomen (o Baumann secondo altre versioni), detto ‘l Meneghin per la sua parlata tedesco-milanese.
Tale manifestazione già dalle sue prime edizioni faceva fatica ad esaurirsi nel martedì grasso sfociando automaticamente nel mattino del Mercoledì delle Ceneri.
Più o meno questa è la storia: si narra che Bomen essendosi dimenticato di cospargersi il capo di cenere come voleva la tradizione, agitato volle incontrarsi con Fiori e Zenone ( ‘l Mambrin), due personalità del paese, dicendo che nella sua casa era accaduto qualcosa di veramente interessante.
I due inizialmente erano perplessi, ma poi, lo seguirono. Entrando nella camera di Bomen scorsero disteso sul letto un fantoccio raffigurante un uomo morto e bomen annunciò essere il Carnevale.
Questo scherzo piacque moltissimo e venne deciso di dare una degna sepoltura al caro estinto.
Per tale celebrazione vengono reclutate anche altre persone che si riunirono tutte insieme nella “Farmacia della maldicenza”. Questa era un ritrovo abituale di perditempo e chiacchieroni organizzato a casa di un tale dott. Michelangelo Burla.
Tale riunione era volta a stabilire le modalità atte ad organizzare il corteo funebre per il “poffer Carlavèe“.
E’ nel tardo pomeriggio che si organizzò il tutto: il corteo funebre venne aperto da Cresceris (’l Turc) l’allora banditore del paese che annunciava il triste evento con un rullo del tamburo, che veniva seguito da Tinivella (antiquario e materassaio) con un trofeo con appese saracche, polli e merluzzi, affiancato dal sosia del Sindaco in carica, marciante impettito e computo. Segue il defunto “Carlavèe” disteso dentro una cassa da morto senza coperchio, secondo l’uso comune anche in Italia fino ai primi dell’800. Il cataletto, così si chiamava la bara aperta, era portato in spalla da 5 personalità borgosesiane di spicco Milanaccio (’l Balaran), Calderini (’l Sebastopoli), Vercelli (’l Jacu gros) e Zanaroli (’l Maracitu).
Dolenti seguivano alcuni uomini in abito scuro (frac) e cilindro e con in mano candele accese; così come usava farsi nei comuni funerali.
Il percorso, comprese le vie principali del Borgo, con tappe d’obbligo in tutte le “cappelle votive” (leggi le numerosissime osterie dell’epoca) fino a tarda ora, con il conseguente ed inevitabile assottigliamento della schiera dei “dolenti”. Tant’è che alla fine il defunto “Carlavèe” venne ingloriosamente dimenticato… ma certamente non era quello che si voleva (diciamo non tutte le ciambelle escono con il buco!).
Questa sfilata destò grande meraviglia che la gente si soffermava, qualcuno, arrivò a levarsi addirittura il cappello, benchè non si era mai visto un funerale a quell’ora senza clero e suono di campane.
Questo rituale si perpetuò per tutti gli anni a venire e neanche durante il regime fascista o davanti alle intimidazioni della Chiesa cessò di esistere. Si modificò con il tempo… ma questo vorrei trattarlo a parte.
Borgosesia ha sempre avuto una propensione alla trasgressività e ci sono documenti storici a confermarlo. Ed è proprio qui che viene introdotto dal tintore tedesco Bomen nel 1855, questa celebrazione. Ne e’ simbolo un bambolotto chimato Peru Magunella (da san Pietro, patrono e cittadino, e Magoni, soprannome dei borgosesiani). In tale celebrazione si fa un vero e proprio “funerale” del vecchio Carnevale: è nella sera di martedì grasso che viene annunciato da personaggi in frac e cilindro, girando per le osterie e bevendo fino all’alba di mercoledì.
Questa celebrazione prende il nome di Mercu Scurot (mercoledi’ scuro) e dal 1885 il Peru Magunela diviene una maschera, accompagnata dalla moglie Gin Fiamma’.
Per tutto il tempo di Carnevale a Mogunopoli (ovvero Borgosesia) e’ sempre festa: imponenti carri allegorici, sfilate, balli, giochi e mostre.
E’ proprio con il primo giorno di Quaresima che la festa raggiunge il suo culmine. Al mattino tutti gli uomini del paese si riuniscono in piazza, con frac e cilindro neri, gile’ e grande papillon bianchi portando appeso al collo mestolo di legno per bere a volonta’, (il casul).
Al pranzo segue il giro enologico delle mescite della citta’. La sera nelle piazze avviene la lettura del “testamento” e il rogo del carnevale.
L’indomani i bagordi verranno espiati con un mesto pasto a base di polenta e saracche (aringhe secche).
Il Carnevale con il suo arcobaleno di colori ci permette di vivere attimi di ilarità dove molti degli schemi vengono rotti. Ma da cosa deriva questa festa, cosa ha portato all’instaurarsi nei paesi di tradizione cristiana (ed in modo particolare in quelli di tradizione cattolica) di questo tipo di celebrazioni?
Precede immediatamente la Quaresima, concentrando i principali eventi tra febbraio e marzo.
Normalmente vengono accompagnati da parate pubbliche con elementi giocosi e fantasiosi; in particolare l’elemento più distintivo del Carnevale è la tradizione del mascheramento.
Ma, come molte tradizioni cristiane, attingono le modalità di celebrazione da feste più antiche, come nelle Dionisiache greche e nei Saturnali romani.
Ciò che accomuna tutte queste festività è l’espressione del bisogno di un attimo di ‘ordinaria follia’ che permetteva l’espressione libera da obblighi sociali e gerarchie, rovesciando i ruoli e facendo scherzi ed abbandonandosi alla dissolutezza.
L’etimologia della parola carnevale deriva dal latino “carnem levare” (”eliminare la carne”), ed anticamente era il banchetto che si teneva immediatamente prima del periodo di astinenza e digiuno della Quaresima. Dato che è legato al periodo di Quaresima, tale celebrazione varia di anno in anno, variando nella durata (a seconda della tradizione) da una settimana a qualche mese.
Dalla Chiesa cattolica viene considerato come un momento di riflessione e riconciliazione con Dio. Si celebrano le Sante Quarantore (o carnevale sacro), che si concludono, con qualche ora di anticipo, la sera dell’ultima domenica di carnevale.
L’ultimo giorno di Carnevale è il Martedì grasso, giorno che precede il Mercoledì delle Ceneri, quando ha inizio la Quaresima. Ma vi è un’eccezione a questa regola nel Carnevale di Borgosesia che prevede un’appendice nei giorni di inizio della Quaresima con la festa detta del Mercu Scurot (mercoledì oscuro) di cui mi riservo di scrivere un articolo apposito perchè ritengo sia molto interessante e poco conosciuto.
Ecco un altro simbolo consolidato del Natale: l’albero. Ma non un albero qualsiasi ma un sempreverde. Questo simbolo del rinnovamento della vita è stato, guardacaso, preso dalla tradizione pagana. E’ sempre stato presente sia nell’antichità che nel medioevo ed è stato solo successivamente assimilato dal Cristianesimo.
Non è certa la derivazione che se ne fa ai tempi moderni, ma sicuramente le prime tracce dell’usanza di addobbare gli alberi durante il periodo natalizio risale almeno alla Germania del XVI secolo.
Uno dei primi riferimenti storici alla tradizione si ha con una cronaca di Brema del 1570. Secondo tale scritto gli alberi venivano decorati con mele, noci, datteri e fiori di carta. E vi è addirittura una città che reclama la paternità di questa usanza: la città di Riga, alle porte della quale è stata posta addirittura una targa che in 8 lingue dice che fu lì che venne addobbato il primo albero di Natale nel 1510.
Un’usanza simile, precedente, si ha in un gioco medievale ch veniva celebrato il giorno della vigilia di Natale in Germania. Questo gioco prendeva il nome di gioco di ADAMO ed EVA. Consisteva nel riempire le piazze e le chiese di alberi da frutta quali simboli di abbondanza e richiamanti l’immagine del Paradiso.
Fu solo dopo diverso tempo che gli alberi da frutto furono sostituiti dagli abeti dato che, questi ultimi, avevano una profonda valenza “magica” . E non è un caso che sia proprio l’abete il posto in cui venivano deposti i bambini portati dalla cicogna.
L’usanza, originariamente intesa come legata alla vita pubblica, entrò nelle case nel XVII secolo ed agli inizi del secolo successivo era già pratica comune in tutte le città della Renania. L’uso di candele per addobbare i rami dell’albero è attestato già nel XVIII secolo.
L’albero di Natale fu a lungo considerato un uso protestante e fu la Chiesa stessa ad opporsi alla diffusione alle regioni a Sud del Reno. Fu solo dopo il Congresso di Vienna che iniziò a diffondersi questa usanza in tutte Europa. A Vienna l’albero di Natale apparve nel 1816 ed in Francia nel 1840.
Fu solo con il ‘900 che l’albero di NAtale ebbe la sua massima diffusione sia in Europa che in NordAmerica, ma fu nel dopo guerra che acquisì una dimensione commercialmente consumistica.
Se chiedete ad un bambino italiano chi è Babbo Natale sicuramente vi risponderà convinto che è un vecchietto grassottello con una lunga barba bianca, che ama vestirsi di rosso e adora i bambini tanto, che ogni anno decide di far loro dei regali. Ma chi è e da dove venga veramente nessuno lo sa con precisione.
Diverse tradizioni accompagnano la leggenda di questo vecchietto e facilmente si sono adattate alle diverse culture.
In Germania(Froehliche Weihnachten)
Per i tedeschi il periodo natalizio ha inizio già a novembre, nel giorno di San Martino l’ 11/11 (che tra l’ altro corrisponde anche all’ inizio del carnevale). Si organizzano delle processioni nelle scuole in cui i bambini portano delle lanterne che serviranno ad illuminare la strada a San Martino.Talvolta ci si addentra anche nei cimiteri per illuminare lì dove c’è’ il buio.
San Nicola arriva il 6 Dicembre portando ai bambini cioccolatini e pan speziato ed altre leccornie.
Vergono poi preparate delle ghirlande, durante il periodo dell’Avvento, alle quali vengono associate delle candele nelle 4 domeniche che precedono il Natale. Dolci tipici di questo periodo sono i Lebkuchen o il Christollen che vengono accompagnati da vino speziato. E’ alla vigilia che si prepara l’albero e la sera della stessa arriva il Christkind (Gesu’ Bambino) e spesso si associa a questo arrivo anche quello di Babbo Natale per consegnare i regali a chi e’ stato bravo.
In questo giorno si usa consumare l’ Oca Arrosto o la Carpa Blu.
In Gran Bretagna
In Inghilterra le tradizioni natalizie non si distaccano molto da quelle degli altri Paesi. A Novembre si scrive la letterina e i negozi cominciano a mostrare i primi lustrini natalizi. Si attende il Natale aprendo progressivamente le finestrelle del calendario dell’avvento e due settimane prima di Natale si inizia a decorare la casa e l’albero.
I bambini si preparano ad accogliere i doni mettendo delle calze a disposizione di Father Christmas la vigilia, e mostrano la loro gratitudine lasciandogli un bicchiere di latte e un dolce (mince pie) e carote per la renna Rudolph.
Alla mattina del Natale si aprono i regali e a pranzo il classico tacchino ripieno e per dolce il Christmas Pudding o Christmas Cake. Alle 3 del pomeriggio: il discorso della Regina.
In Irlanda
Le tradizioni legate al Natale sono comuni alle nostre ma è nel giorno di S. Stefano che veniva seguita fino a poco tempo fa una caccia allo scricciolo.
Il motivo di tale accanimento e’ associato alla leggenda che accompagna il martirio di S. Stefano. Sembra infatti che il nascondiglio del santo fosse stato rivelato proprio dal fatto hce un uccellino che volò da dietro il cespuglio in cui si travava il santo.
E’ in memoria di questo episodio che gruppi di uomini, fingono di dargli la caccia, di catturarlo e poi di condurlo legato ad un bastone di casa in casa cantando e facendo la questua.
Naturalmente e’ solo una finzione. Ad oggi e’ di uso comune che uomini mascherati con abiti vecchi vadano di casa in casa offrendo canti ed intrattenimento.
In Polonia
In Polonia l’ albero di Natale si addobba il giorno della vigilia. Ed in questo giorno si mangiano solo cibi magri come il pesce o la verdura privi di qualsiasi grasso animale o vegetale.
A Natale spesso c’e’ la neve e si preparano dei bellissimi fuochi su cui arrostire salcicce.