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Perchè piangi piccolino?

Posted by Ethel on gennaio 22, 2009

Appena nati, i bambini non piangono: gridano. Il grido è l’espressione sonora di un bisogno di aiuto, mentre il pianto si manifesta visivamente con lo scorrere delle lacrime d’un lungo le guance. E’ un’esibizione percettibile alla vista che sollecita i genitori ad asciugare le guance del bambino e consolarlo.

Da uno studio condotto su 1250 bambini è risultato che solo il 13% era in grado di piangere nei primi cinque giorni dopo il parto. Per la maggioranza erano necessarie tre settimane dalla nascita e per qualcuno quattro addirittura cinque mesi. Il grido è indubbiamente una reazione che precede nel tempo il pianto.

La caratteristica più interessante del pianto e che gli esseri umani sono i soli mammiferi terrestri a versare copiose lacrime nei momenti di crisi emozionale. Gli occhi dei giovani scimpanzé quando sono arrabbiati o hanno paura scintillano, ma non ci sono tracce di lacrime sulle loro guance pelose, mentre un essere umano che piange abbondantemente ha la faccia inondata di lacrime che scorrono sulle sue guance.

Il pianto e una reazione umana molto particolare ed è strano che sia stata poco studiata.

Sono due le domande cui bisogna dare una risposta: perché i piccoli dell’uomo piangono e perché gli altri mammiferi terrestri non piangono.

Le lacrime, prodotte dalle ghiandole lacrimali situate sopra gli occhi, servono a lubrificarli sulla superficie e a tenerli puliti. Quando battiamo le palpebre, le lacrime si muovono e si diffondono uniformemente sopra la cornea. Il liquido lacrimale viene convogliato nei condotti lacrimali agli angoli degli occhi e sostituito continuamente da nuovo liquido che viene dall’alto. In condizioni normali c’è un equilibrio tra produzione e drenaggio delle lacrime e il liquido è sufficiente a mantenere umida la superficie della cornea.

Se entra della polvere negli occhi la secrezione lacrimale aumenta e noi cominciamo a piangere, appena appena, mentre le ghiandole lacrimali cercano di lavare via la polvere. Anche turbamenti effettivi producono in noi un eccesso di lacrime, ma in questo caso la loro quantità è molto elevata. Le lacrime sgorgano oltra la palpebra inferiore, i condotti lacrimali non reggono il grosso volume di liquido che gocciola sulle guance e poi giù, lungo il corpo.

Ricerca sulla composizione delle lacrime ha portato a due interessanti scoperte.

La prima è che le lacrime contengono un enzima battericida, il lisozima, che adempie alla funzione fondamentale di ridurre il pericolo di infezione degli occhi che, senza questo enzima, sarebbe estremamente sensibile a qualsiasi tipo di malattia. La secrezione lacrimale quotidiana ne contiene quanto basta, non è necessario piangere perché il lisozima svolga il suo compito.

La seconda scoperta è che le lacrime prodotte in grande quantità in un evento di natura affettiva, sono chimicamente diverse dalla comune, quotidiana secrezione lacrimale. Quando siamo inquieti o addolorati, l’improvviso aumento delle componenti chimiche provocate dalla tensione nervosa sul nostro organismo crea una situazione di eccedenza. Se la nostra sofferenza affettiva porta con sé un’intensa attività fisica, come una lotta o una fuga, le componenti chimiche eccedenti circolano nel nostro corpo e il pianto copioso è un modo per eliminarle e permettersi di acquistare un maggiore equilibrio.

L’aspetto essenziale dei conflitti emotivi è che noi siamo portati a compiere contemporaneamente due azioni contraddittorie e questo ci mette nell’impossibilità di obbedire a un impulso o all’altro. Restiamo fermi impotenti là dove ci troviamo, strappandoci i capelli, in preda a un’acuta sofferenza mentale.

Se, a questo punto, scoppiamo in singhiozzi, riusciamo a liberarci di una parte delle componenti chimiche di tensione nervosa che si sono sprigionate in noi ed è questa la funzione particolare che alcuni autorevoli studiosi attribuiscono a questo fenomeno che è il pianto. Certamente le lacrime che bagnano i nostri occhi quando vi è entrata un po’ di polvere sono diverse chimicamente da quelle che versiamo quando siamo turbati negli affetti. Nel primo caso, infatti, le componenti chimiche da tensione nervosa sono assenti.

Ciò che compila questa tesi è che anche i piccoli degli scimpanzé hanno bisogno di liberarsi col pianto dei componenti chimiche da tensione nervosa, né più né meno come quelli dell’uomo. Eppure non piangono. Per sostenere, contro questa obiezione, la tesi della tensione nervosa, non resta altro che supporre che i piccoli dell’uomo abbiano più motivi di pianto dei piccoli degli scimpanzé. Pensiamo a quanto sono indifesi rispetto alle agili scimmie antropomorfe strette alla pelliccia materna, la supposizione non pare del tutto azzardata.

Il pianto dei piccoli dell’uomo può essere spiegato anche come manifestazione visiva della richiesta d’aiuto. Le scimmie hanno le guance ricoperte di peli che osserverebbero e nasconderebbero le lacrime mentre le facce lisce dei piccole dellìuomo sono particolarmente adatte a mettere in risalto lucenti rivoli di lacrime.

È quasi come se i bambini volessero sporcarsi per sollecitare la madre a intervenire subito preso dalle larghe e ripulire le guance. Le madri umane hanno un forte, innato desiderio di tenere puliti i loro bambini e quelle lacrime non mancheranno di provocare la loro premurosa, confortante risposta.

Questa spiegazione non è, naturalmente, in contrasto con l’altra.