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Archive for gennaio, 2009

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Bilancio di genitori: LA GERARCHIA FAMILIARE

Posted by Ethel on gennaio 30, 2009

Uno dei problemi più grandi è confondere i ruoli tra il genitore e il bambino. Nella vostra famiglia, i sicuri che differenza di ruolo sia sufficientemente chiara.

In mancanza di una divisione e di una gerarchia ben definite, regna la confusione. Relazione da amici, il mito di Peter Pan o bambini e su cui gravano troppe responsabilità, interscambio delle funzioni, bisogno assoluto di complicità… Quando la famiglia si ingarbuglia, i bambini si perda. Virgolette ognuno ha proposto chiuse le virgolette: questa l’equazione di base per stabilire un buon equilibrio familiare psichico per costruire la propria identità, bisogna avere dei limiti, confrontarsi con personalità mature e disporre di punti di riferimento stabili e rassicuranti. Uno dei consigli è quello di assumere il ruolo adeguato alla vostra età. gli la famiglia una gioiosa banda di amici: i genitori e bambini dovreste distinti nella gerarchia familiare. A suo e il proprio ruolo di genitore significa anche saper accettare i conti gli scomodi: proibire punire, rimproverare criticare… Non è sempre piacevole ma è molto più educativo per il bambino che avere un genitore indeciso o sfuggente. Si può diventare complici con il breve bambino pur restando adulti. A condizione di non voler colmare il fosso che separa le generazioni. Vale a dire di non desiderare la libertà, la giovinezza, l’assenza di responsabilità dei propri figli. Sì ai piccoli prestiti di vestiti, no al guardaroba comune. Sì a consigli e suggerimenti, no alle sollecitazioni che mettono il bambino nella condizione di decidere come se fosse adulto; sì ai piaceri comuni, no al predominio sistematico della vita familiare su quella di coppia.

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Il sorriso di un bambino

Posted by Ethel on gennaio 28, 2009

Non c’è neinte di più affascinante in un bambino che il suo piccolo viso sorridente. La prima volta che la bocca di un neonato si apre in un largo sorriso è un momento memorabile per i genitori.

Ma quando esattamente il bambino sorride per la prima volta, e perché?

I pareri sono controversi ed, effettivamente, esiste un fuggevole pre- sorriso che compare molto tempo prima di quello vero. Anzi, del sorriso infantile ce ne sono 3 tipi distinti: il pre- sorriso (o sorriso  riflesso), poi il sorriso generico che non è selettivo, e infine il sorriso consapevole, che indica una scelta precisa.

In tutti e tre i casi il bambino sorride per una ragione diversa.

Il sorriso di riflesso, secondo quanto affermato da scrupolosi osservatori del comportamento infantile, si manifesta molto presto, addirittura tre giorni dopo la nascita e compare, a intervalli, per tutto il primo mese di vita. Fuggevole e incerto, è sempre riconoscibile come un vero sorriso, ma certamente preannuncia il largo sorriso che verrà in seguito. Si ha come reazione ad un suono di una voce acuta, a un leggero solletico o alla sensazione lo stomaco pieno. In quest’ultimo caso il sorriso è quasi una risposta accidentale, mentre per il solletico diventa una sorta di reazione di sorpresa, un piccolo soprassalto. Il neonato non sussulta fisicamente ma, attraverso il sorriso. Questa reazione corrisponde a ciò che conosciamo sull’origine del sorriso. Contiene un elemento di paura, o meglio di una leggera, moderata paura. Ma quando sugli angoli della bocca mentre si stira all’indietro si volta anche in su questo si trasforma in qualcosa di diverso e di speciale.

A differenza del pianto, che gli esseri umani di video dividono con le scimmie, il sorriso appartiene solo alla nostra specie. È diventato in tutto il mondo segno di amicizia tra gli esseri umani, eppure all’origine era manifestazione vi è un leggerissimo timore e lo conferma il fatto che le prime volte sia il solletico a provocarlo.

Il solletico si fa per scherzo, ma porta sempre con sé la paura che lo scherzo vada troppo oltre. Se la paura sembra eccessiva, ecco apparire il sorriso.

Il sorriso generico arriva pressapoco nella quarta settimana di vita. Dura più a lungo, è più aperto ed è accompagnato da un’ espressiva luce nello sguardo. Tutta la faccia sorride alla madre, incantata. È ancora la sua voce a far scattare questo sorriso più pieno, che, tuttavia, è stimolato genericamente dell’apparire dall’apparire del viso di un adulto. I genitori spesso pensano che, a questo stadio, il sorriso dei figli si è rivolto specificamente al loro, ma non è così! Questa è, infatti, la fase indiretta del sorriso.

Il sorriso consapevole si manifesta molto più tardi. Può comparire tra il quarto e il settimo mese, ma più è più probabile che arrivi tra il quinto e il sesto. E’ difficile distinguere questi due sorrisi solo guardando il viso del bambino, ma la differenza sostanziale sta in chi è il destinatario del sorriso.

Chiunque riceve un sorriso generico, ma solo chi ha un contatto stretto con il bambino può aspirare all’onore di un sorriso consapevole. Gli estranei che, fino a qualche settimana prima, riuscivano a guardare il neonato da vicino e essere compensati con un largo sorriso, ora hanno una delusione di scoprire che la vecchia tattica provoca, invece, il pianto. Il bambino ha, finalmente, imparato a riconoscere le facce dei suoi genitori e distinguerle da quelle degli altri. Il sorriso è diventato, così, un saluto strettamente personale, ancora più prezioso, quindi, per il padre la madre, ammessi in un circolo estremamente esclusivo dove gli sconosciuti non sono più ben accetti.

C’è, naturalmente, un quarto sorriso: il sorriso sofisticato dell’adulto, quello che rivolgiamo alle persone che si suppone debbano piacerci, indipendentemente dal nostro reale stato d’animo. Quando, da adulti, sorridiamo ad un estraneo lo facciamo deliberatamente, per ragioni di convivenza sociale; questo è sorriso con un saluto formale, una cerimonia tra umani.

Ma queste sottigliezze sono estranee al mondo del bambino che sorride se ci conosce e se ci trova simpatici e, con l’incantevole mancanza di diplomazia, e grida davanti ad un estraneo senza curarsi che sia o no una persona importante.

Il genitori credono, qualche volta, che i loro bambini imparino a sorridere per imitazione, li incoraggiano con teneri faccia a faccia, scandì i sorrisi vocalizzi per poi sorprendersi nel sentire che bambini sorridono in ogni caso, all’età giusta, anche quando nessuno si avrò cura di segnale della. Se anche gli si fossero sempre ravvicinati con un viso di pietra, il sorriso dei loro figli sarebbe comunque, regolarmente, comparso non è, il sorriso, una reazione legata all’apprendimento, è troppo importante perché possa essere lasciato al caso. È, invece,1′espressione del viso innata, intessuta profondamente nella nostra specie. Anche i bambini ciechi, che non hanno mai visto nessuno sorridere, arrivano a sorridere.

Ma allora sono inutili tutti i sorrisi e le manifestazioni di tenerezza da parte di genitori?

Assolutamente no!

Sono utili ai genitori stessi perché aiutano a rafforzare il rapporto con il bambino che, a poco a poco, impara a riconoscesse genitori come tali, secondo un processo che culmina, a cinque o sei mesi, nel sorriso consapevole.

Infine gli studi condotti sui bambini ciechi dimostra che il loro sorriso, nonostante sia innato, non si sviluppa. Man mano che il tempo passa, senza l’effetto retroattivo del sorriso dei genitori, sorridono sempre meno, mentre bambini che ricevono continuamente l’attenzione genitori sorridono sempre di più e per periodi più lunghi. Per questi bambini fortunati il sorriso diventa una preziosa forma di comunicazione sociale che dura tutta la vita, ma indubbiamente la prima infanzia il suo momento più importante.

La ragione per cui noi sorridiamo e le scimmie no è, semplicemente, che le scimmie hanno la pelliccia. Dividiamo con loro il pianto e le grida, come segnale di soccorso che stimola la madre a soccorrere i loro piccoli. Però il piccolo della scimmia per trattenere la sua mamma vicino a sè si aggrappa alla pelliccia, e il cucciolo d’uomo? Sorride, cattura l’attenzione dei genitori intenerendoli.

Questa la prima funzione del sorriso.

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Carnem Levare: il Carnevale

Posted by Ethel on gennaio 27, 2009

Il Carnevale con il suo arcobaleno di colori ci permette di vivere attimi di ilarità dove molti degli schemi vengono rotti. Ma da cosa deriva questa festa, cosa ha portato all’instaurarsi nei paesi di tradizione cristiana (ed in modo particolare in quelli di tradizione cattolica) di questo tipo di celebrazioni?

Precede immediatamente la Quaresima, concentrando i principali eventi tra febbraio e marzo.

Normalmente vengono accompagnati da parate pubbliche con elementi giocosi e fantasiosi; in particolare l’elemento più distintivo del Carnevale è la tradizione del mascheramento.

Ma, come molte  tradizioni cristiane, attingono le modalità di celebrazione da feste più antiche, come nelle Dionisiache greche e nei Saturnali romani.

Ciò che accomuna tutte queste festività è l’espressione del bisogno di un attimo di ‘ordinaria follia’ che permetteva l’espressione libera da obblighi sociali e gerarchie, rovesciando i ruoli e facendo scherzi ed abbandonandosi alla dissolutezza.

L’etimologia della parola carnevale deriva dal latino “carnem levare” (“eliminare la carne”), ed anticamente era il banchetto che si teneva immediatamente prima del periodo di astinenza e digiuno della Quaresima. Dato che è legato al periodo di Quaresima, tale celebrazione varia di anno in anno, variando nella durata  (a seconda della tradizione) da una settimana a qualche mese.

Dalla Chiesa cattolica viene considerato come un momento di riflessione e riconciliazione con Dio. Si celebrano le Sante Quarantore (o carnevale sacro), che si concludono, con qualche ora di anticipo, la sera dell’ultima domenica di carnevale.

L’ultimo giorno di Carnevale è il Martedì grasso, giorno che precede il Mercoledì delle Ceneri, quando ha inizio la Quaresima. Ma vi è un’eccezione a questa regola nel Carnevale di Borgosesia che prevede un’appendice nei giorni di inizio della Quaresima con la festa detta del Mercu Scurot (mercoledì oscuro) di cui mi riservo di scrivere un articolo apposito perchè ritengo sia molto interessante e poco conosciuto.

Libri consigliati:

pittura sul viso

spaventose maschere di mostri

divertenti maschere di clown

selvagge maschere di animali

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LA NOTTE…dolce…soffrire

Posted by Ethel on gennaio 26, 2009

Penso che il sonno sia la cosa che viene maggiormente compromessa dall’arrivo di un bambino.

Siano i bambini tranquilli o meno i ritmi di sonno sono spesso scanditi in modo totalmente diverso dai nostri e quindi sono incompatibili con la nostra idea di notte e giorno, pisolino pomeridiano e quant’altro di prestabilito…i ritmi verranno acquisiti in seguito.

I problemi di disturbo del sonno possono essere dovuti a moltisssssime cose, che di giorno sono facilmente gestibili dalla ratio, ma di notte questa viene meno e quindi un elenco può essere utile:

1. Il piccolo ha fame: tetta o latte e biscotti sono le soluzioni

2. il piccolo ha il pannolino pieno: cambio veloce e un pò di coccole ed ecco che è di nuovo l’angioletto che avete sempre sognato

3. il piccolo ha sete: biberon con l’acqua o una tisana calmante (meglio la seconda per ovvi motivi)

4. il piccolo vuole avere un contatto con i suoi genitori: coccole nel lettone fino a completo addormentamento)

5. il piccolo è spaventato: coccole e ninne nanne sono la soluzione migliore

6. il piccolo ha le coliche: questo è un motivo notevole di disturbo per il bambino e, non voglio fare alcuna pubblicità, ma mi sento in dovere di dire che i biberon fisiologici della CHICCO sono veramente una manna dal cielo perchè evitano, o quanto meno riducono il rischio di coliche.

Comunque, il consiglio che vi do in caso che vi capitasse è di massaggiare il pancino, vedrete quante puzzette e ruttini tirerà fuori!

Un altro modo è quello di metterlo disteso a pancia in giù e…massaggiare la schiena…l’effetto è lo stesso.

Quando lo mettete disteso potete scegliere di metterlo sul braccio, a mo’ di ghepardo sull’albero, o disteso sul letto con voi. Il secondo modo è consigliato per voi perchè vi permette di addormentarvi, se ci riuscite, tra un massaggio e l’altro;

7. Al piccolo fanno male i dentini: quando viene il momento della dentizione questo può essere causa di enormi disturbi. Per vedere se sono i denti la causa del pianto ponete il vostro dito tra le gengive del piccolo, se lo morderà molto probabilmente è quello il motivo.

Per risolvere, o quantomeno tentare di risolvere il problema, noi usavamo una crema da spalmare sulle gengive (il Dentinale), se questo non dovesse bastare, consiglio di consultare il pediatra (non chiamandolo di notte…perchè ogni tanto dormono anche loro!!!) e vi consiglierà quasi sicuramente degli antidolorifici epr bocca o in supposta (es. Tachipirina). Non prendete però iniziative MAI!!!

8. il piccolo non ha sonno! (eh eh!!!)

Bene, come avrete notato, per i primi 7 motivi si hanno altrettante soluzioni, ma per l’ottavo… rassegnatevi a soffrire!!! (devo dire che certe cose mi piace dirle…poichè ho ormai sorpassato quella fase terribile e…non vorrei mai tornare indietro :-P ).

Come capire il pianto del bambino?

All’inizio a tentativi…poi se prendete un pò di confidenza imparerete a capire perchè piange: è come un codice…ma è sempre lo stesso quindi, compreso, si ripete immutato.

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Perchè piangi piccolino?

Posted by Ethel on gennaio 22, 2009

Appena nati, i bambini non piangono: gridano. Il grido è l’espressione sonora di un bisogno di aiuto, mentre il pianto si manifesta visivamente con lo scorrere delle lacrime d’un lungo le guance. E’ un’esibizione percettibile alla vista che sollecita i genitori ad asciugare le guance del bambino e consolarlo.

Da uno studio condotto su 1250 bambini è risultato che solo il 13% era in grado di piangere nei primi cinque giorni dopo il parto. Per la maggioranza erano necessarie tre settimane dalla nascita e per qualcuno quattro addirittura cinque mesi. Il grido è indubbiamente una reazione che precede nel tempo il pianto.

La caratteristica più interessante del pianto e che gli esseri umani sono i soli mammiferi terrestri a versare copiose lacrime nei momenti di crisi emozionale. Gli occhi dei giovani scimpanzé quando sono arrabbiati o hanno paura scintillano, ma non ci sono tracce di lacrime sulle loro guance pelose, mentre un essere umano che piange abbondantemente ha la faccia inondata di lacrime che scorrono sulle sue guance.

Il pianto e una reazione umana molto particolare ed è strano che sia stata poco studiata.

Sono due le domande cui bisogna dare una risposta: perché i piccoli dell’uomo piangono e perché gli altri mammiferi terrestri non piangono.

Le lacrime, prodotte dalle ghiandole lacrimali situate sopra gli occhi, servono a lubrificarli sulla superficie e a tenerli puliti. Quando battiamo le palpebre, le lacrime si muovono e si diffondono uniformemente sopra la cornea. Il liquido lacrimale viene convogliato nei condotti lacrimali agli angoli degli occhi e sostituito continuamente da nuovo liquido che viene dall’alto. In condizioni normali c’è un equilibrio tra produzione e drenaggio delle lacrime e il liquido è sufficiente a mantenere umida la superficie della cornea.

Se entra della polvere negli occhi la secrezione lacrimale aumenta e noi cominciamo a piangere, appena appena, mentre le ghiandole lacrimali cercano di lavare via la polvere. Anche turbamenti effettivi producono in noi un eccesso di lacrime, ma in questo caso la loro quantità è molto elevata. Le lacrime sgorgano oltra la palpebra inferiore, i condotti lacrimali non reggono il grosso volume di liquido che gocciola sulle guance e poi giù, lungo il corpo.

Ricerca sulla composizione delle lacrime ha portato a due interessanti scoperte.

La prima è che le lacrime contengono un enzima battericida, il lisozima, che adempie alla funzione fondamentale di ridurre il pericolo di infezione degli occhi che, senza questo enzima, sarebbe estremamente sensibile a qualsiasi tipo di malattia. La secrezione lacrimale quotidiana ne contiene quanto basta, non è necessario piangere perché il lisozima svolga il suo compito.

La seconda scoperta è che le lacrime prodotte in grande quantità in un evento di natura affettiva, sono chimicamente diverse dalla comune, quotidiana secrezione lacrimale. Quando siamo inquieti o addolorati, l’improvviso aumento delle componenti chimiche provocate dalla tensione nervosa sul nostro organismo crea una situazione di eccedenza. Se la nostra sofferenza affettiva porta con sé un’intensa attività fisica, come una lotta o una fuga, le componenti chimiche eccedenti circolano nel nostro corpo e il pianto copioso è un modo per eliminarle e permettersi di acquistare un maggiore equilibrio.

L’aspetto essenziale dei conflitti emotivi è che noi siamo portati a compiere contemporaneamente due azioni contraddittorie e questo ci mette nell’impossibilità di obbedire a un impulso o all’altro. Restiamo fermi impotenti là dove ci troviamo, strappandoci i capelli, in preda a un’acuta sofferenza mentale.

Se, a questo punto, scoppiamo in singhiozzi, riusciamo a liberarci di una parte delle componenti chimiche di tensione nervosa che si sono sprigionate in noi ed è questa la funzione particolare che alcuni autorevoli studiosi attribuiscono a questo fenomeno che è il pianto. Certamente le lacrime che bagnano i nostri occhi quando vi è entrata un po’ di polvere sono diverse chimicamente da quelle che versiamo quando siamo turbati negli affetti. Nel primo caso, infatti, le componenti chimiche da tensione nervosa sono assenti.

Ciò che compila questa tesi è che anche i piccoli degli scimpanzé hanno bisogno di liberarsi col pianto dei componenti chimiche da tensione nervosa, né più né meno come quelli dell’uomo. Eppure non piangono. Per sostenere, contro questa obiezione, la tesi della tensione nervosa, non resta altro che supporre che i piccoli dell’uomo abbiano più motivi di pianto dei piccoli degli scimpanzé. Pensiamo a quanto sono indifesi rispetto alle agili scimmie antropomorfe strette alla pelliccia materna, la supposizione non pare del tutto azzardata.

Il pianto dei piccoli dell’uomo può essere spiegato anche come manifestazione visiva della richiesta d’aiuto. Le scimmie hanno le guance ricoperte di peli che osserverebbero e nasconderebbero le lacrime mentre le facce lisce dei piccole dellìuomo sono particolarmente adatte a mettere in risalto lucenti rivoli di lacrime.

È quasi come se i bambini volessero sporcarsi per sollecitare la madre a intervenire subito preso dalle larghe e ripulire le guance. Le madri umane hanno un forte, innato desiderio di tenere puliti i loro bambini e quelle lacrime non mancheranno di provocare la loro premurosa, confortante risposta.

Questa spiegazione non è, naturalmente, in contrasto con l’altra.

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L’IMPEGNO CONTINUA…

Posted by Ethel on gennaio 14, 2009

Ora siete di nuovo tutti insieme, per molti papà è giunto quindi il momento di prendere contatto per la prima volta con il proprio bambino.

Per le donne sembra tutto più naturale, come se avessero maturato per 9 mesi tutta l’esperienza emotiva per essere pronte ad accogliere tra le braccia quel piccolo d’uomo.

In media alti 50 cm e con 3-4 kg di peso sono veramente piccoli. Sulla loro pelle si intravedono le venature e spesso hanno un colorito bluastro (cianotico) dovuto allo sforzo e alla carenza di ossigeno causata dalla spinta: insomma l’aspetto è molto fragile…

…ma se li toccate non si ROMPONO!!!

Ci sono diverse tecniche per prenderli in braccio in base alle esigenza e queste vengono descritte in modo molto simpatico da un papà in un magnifico articolo che ho trovato nel web.

Ma la prima volta che lo prenderete in braccio probabilmente sarà così: prendeteli mettendo la mano destra sotto la testa e accompagnatela sino a che non la poggiate sul braccio sinistro…ed è fatta!

Il braccio sinistro formerà come un cesto nel quale si adagerà il bambino.

Il perchè della mano destra e del braccio sinistro non è molto chiaro, ma tutte le mamme fanno allo stesso modo, siano esse mancine o destre, un aspiegazione potrebbe essere quella di avvicinare il più possibile l’orecchio del bambino al cuore in modo che si culli con il suo battito.

Qualunque errore facciate nei primi approcci con il vostro piccolo verranno corretti con il tempo…poichè ogni gesto lo ripeterete tante e tante volte…ogni giorno…è come una palestra!!!

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Chi mi coccola? Come confortare un bambino

Posted by Ethel on gennaio 12, 2009

Quando un bambino piccolo ha bisogno di conforto l’intervento più efficace è quello di dargli la sensazione di farlo ritornare simbolicamente nel grembo materno. Non c’è niente di misterioso in questo. Offrire consolazione e tranquillità ad un bambino che si sente infelice non significa incoraggiare la sua debolezza o ritardare il suo sviluppo, ma aiutarlo a superare un brutto momento. Quando un bambino viene rassicurato e capisce di poter contare sull’aiuto dei suoi genitori in momenti di difficoltà, avrà la capacità di essere più aperto ed espansivo nelle occasioni più serene. Essere severi e rigorosi con un bambino durante la prima infanzia è un atteggiamento totalmente inadeguato al suo livello di maturazione. La disciplina si può usare con i bambini più grandi.

Quando si trova nel grembo materno il bambino è come se fosse abbracciato dal corpo della madre. Caldo con il suo leggero movimento e il rumore smorzato del battito del cuore. Tutti questi elementi possono essere usati, dopo la nascita, per offrire al bambino un ricordo della vita uterina. L’abbraccio della madre, una copertina calda e soffice, il mormorio tranquillo della voce materna, il ritmico ondulare del suo corpo sono sensazioni confortevoli che riproducono anche se solo parzialmente la totale sicurezza del grembo, ma sono sufficienti a consolare un neonato infelice e a calmarlo se inquieto.

Spesso la madre  scopre da sola uno schema di operazioni di conforto particolare specifico per il proprio bambino. In un caso si tratterà di stringerlo al petto mormorandogli qualche parola all’orecchio o passeggiare su e giù cullandolo tra le braccia. Il problema normalmente non sussiste perchè il calore materno aiuta molto a calmare il bambino, ma quando la madre è inquieta è facile che trasmetta tale nervosismo al bambino, perchè, irrigidendo il corpo dell’adulto inizia a muoversi a scatti, ad assumere un tono di voce troppo alto, compie gesti imprevedibili e poco coordinati, trasmettendo al bambino questi segnali di inquietudine. Talvolta delegando a qualcuno con un atteggiamento più calmo si possono risolvere molti degli inconvenienti.

Nelle società tribali i bambini venivano tenuti in braccio per la maggior parte del tempo. Ora sempre più spesso vengono lasciati soli. Li mettiamo nei lettini li portiamo nel passeggino e pretendiamo che siano allegri e diano il minor fastidio possibile.

Alcuni genitori sono tornati all’antica abitudine di portare con sé i propri figli nel marsupio, che sostiene il neonato sul petto dell’adulto durante lo svolgimento di alcune funzioni durante la giornata.

Statisticamente i bambini che sperimentano questa sicurezza durante la prima infanzia saranno melgio preparati ad esplorare coraggiosamente il mondo che li circonda quando saranno più grandi. Sono nutriti di sicurezza, rafforzati e pronti ad affrontare nuove imprevedibili esperienze.

I bambini che, per qualsiasi ragione, sono costretti ad essere lasciati soli più di quanto non vorrebbero, si può dare qualche oggetto che sostituisca il contatto materno.

A causa delle abitudini di vita dei genitori, molti bambini sono affamati di contatti fisici. Alcuni tradizionali strumenti conforto sono i ciucci che danno la sensazione dell’allattamento al seno, accanto al corpo protettivo della madre, anche se la madre non c’è. Discusso molto su questi oggetti vadano accertati di buon grado o addirittura banditi. Tutto si riduce a una sua domanda: il bambino è infelice o è soddisfatto se quando ha bisogno del contatto materno viene invece soddisfatto da ciucci e copertine. Se, per qualsiasi ragione, familiare sociale, è madre moderna non può dare al bambino tutto il conforto fisico che richiede, l’uso di questi oggetti sostitutivi è preferibile allo sconforto totale.

Soddisfare le necessità di un bambino significa soprattutto assicurarsi che sia sufficientemente sereno e appagato da poter esplorare il suo nuovo mondo da una base di sicurezza.

Il bambino soddisfatto è il bambino esploratore.