Quando i genitori sentono il primo pianto del bambino sorridono perché per loro è il segno che questo è vivo e respira.
Ma quel pianto è proprio necessario?
In qualsiasi altro momento sentire il proprio piccolo piangere allarmerebbe i genitori, perché è sintomo di dolore e disagio.
È anche in questo caso, dal punto di vista del bambino, un pianto di disagio?
Proviamo ad immaginare di trovarci in un ambiente caldo, scuro, silenzioso, morbido, avvolgente e poi… improvvisamente… una luce accecante, voci assordanti e la perdita del contatto corporeo, nonché qualcuno che sculaccia, ci solleva, ci esamina…non penso il passaggio sia gradevole.
Ho accennato alla consuetudine di indurre il pianto del neonato con gli sculaccioni, per accelerare il processo di inizio della respirazione. Si ha sempre paura che il neonato non cominci a respirare e poi… il taglio del cordone, si pesa, si lava, si veste…la preoccupazione del benessere fisico del bambino ha indotto a trattarlo più come un paziente che non come un bambino sano.
A parte in casi gravi, quando si ha di fronte una madre e un bambino sani, si può , procedere in modo più calmo, in modo da rendere meno traumatico il primo approccio del bambino con il mondo.
Ridurre i rumori, abbassare le luci, permettono ai senti del neonato di adattarsi gradualmente senza shock dovuti ad input esagerati.
Se lasciamo il bambino adagiarsi sulla pancia della mamma, si eviterebbe il trauma da perdita del contatto, permettendo al bambino di riposarsi dalle fatiche del viaggio.
Il bambino può emettere dei gemiti in quanto l’improvvisa dilatazione del torace al momento dell’uscita provoca l’entrata di aria nei polmoni. Anche l’espirazione successiva provoca un breve pianto, ma niente a che vedere con i pianti continui cui si assiste normalmente.
Lasciar godere il primo meritato riposo alla madre a al bambino, prima di iniziare la routine ospedaliera, farà sì che, gradualmente la respirazione polmonare si sostituisca al vecchio sistema respiratorio, in quanto il cordone ombelicale, per qualche minuto, sarà ancora in grado di fornirgli l’ossigeno.
Il corpo del neonato, poi, è dotato di uno strato di grasso che permette di mitigare gli sbalzi di temperatura e, essendo la pelle della madre più morbida di una tela o una spugna, il vestirlo immediatamente non ha alcun significato.
L’intervento di equipe superefficienti può solo creare quello che viene chiamato partus interruptus.
A meno che il parto non sia stato particolarmente faticoso, per circa un ora gli occhi del neonato sono quasi sempre aperti.
Il loro grado di attenzione sembra essere addirittura maggiore che nei giorni successivi.
Quest’eccezionale livello di attività si evolve come un momento vincolante in cui il neonato trasmette intensi segnali di richiamo ai suoi genitori, che si trovano anch’essi in una condizione altamente emozionale, che sembra suggellare l’amore che costituirà, poi, l’unità familiare.
Vi avevo lasciato con questo quesito, e se siete qui a leggere questo post o non avete trovato una risposta o volete sapere se ce ne sono di diverse per valutarle in alternativa, in entrambi i casi… eccomi qua!
L’anno scorso in casa nostra c’è stato un lutto molto forte, è morto il nostro cane. Voi potreste pensare che è solo la morte dell’animale domestico, ma per noi e per i nostri figli è stato un trauma che ancora ci portiamo dentro.
Il nostro cane aveva 10 anni e avevamo scoperto solo due settimane prima che aveva un tumore molto esteso ai polmoni e che non avrebbe avuto più di una settimana di vita…quindi la settimana in più l’abbiamo presa come un dono!
Tutta la famiglia a partecipato alle sue cure: i bambini gli facevano le carezze, gli leggevano i libri, pensando che tutto quello sarebbe servito a farlo guarire, ma io cercavo di non creargli false speranze e gli dicevo che facendo così sicuramente Nadir (il nostro cane) si sarebbe sentito felice ma che la sua malattia era troppo grave e che l’unica cosa che potevamo fare era renderlo sereno.
Un giorno ci accorgemmo che non poteva continuare così e decidemmo di chiamare il veterinario per sopprimerlo, ma Nadir si spense prima che arrivasse il dottore.
Io ero fuori casa con i bimbi mentre mia madre aspettava il dottore e seppi della morte di Nadir per telefono scoppiando in un pianto che traumatizzò molto i miei figli, ma non riusciva a restare dentro: mia figlia pianse con la mia stessa foga e non riuscivo a contenerla, mio figlio più piccolo non riusciva a capire le sensazioni che provava, perchè ancora non riusciva a capire il senso di quello che stava accadendo anche se sapeva che non era bello.
Tornammo a casa che il nostro cane ancora non era stato portato via e i piccoli chiesero insistentemente di accarezzare Nadir, quindi quando arrivò il dottore cominciarono con le domande: ‘ma quando torna Nadir?”ma il dottore lo guarisce?’.
Così cominciò il piccolo dramma, io sconvolta, dovevo far capire, soprattutto al più piccolo, che il suo cane non sarebbe più tornato senza che lo vivesse in modo traumatico, vi dico che ancora mi pone le stesse domande ed io cerco di mantenere lo stesso tono e le stesse risposte in modo da riuscire a confortarlo.
La prima cosa che gli dissi fu che Nadir era morto e che non sarebbe più tornato, poi gli spiegai che le persone e gli animali che muoiono vanno in cielo e che i cani lì trovano un magnifico prato su cui giocare con gli altri amici cani.
Quindi, guidata dalle loro domande, continuai a spiegargli che nel cielo tutte le malattie e le ferite non ci sono più e tutti stanno bene e che è per questo che chi sta male va lì, perchè tutti i dolori scompaiono.
Ancora oggi, come già ho detto, il piccolo mi continua a chiedere del suo cane e io gli rispondo che è morto e cerco di dargli un’idea di cosa voglia dire dicendo che il corpo si spenge e non riesce più a muoversi, come una macchina a cui si è rotto il motore, in particolare, gli ho spiegato che Nadir (che aveva un cancro ai polmoni) aveva delle celluline malate nei polmoni che gli non lo facevano più respirare bene e il corpo senza aria è come una macchina senza benzina.
Il paragone con cose meccaniche forse potrebbe essere opinabile, ma è stato molto utile perchè illustrativo e perchè il spostare il pensiero su altri soggetti, che non siano persone vicine, rende più lontano ed accettabile il sentimento di vuoto che ci si sente dentro. In particolare spostandolo su qualcosa di inanimato lo rende meno emotivamente travolgente.
Questo è l’approccio che ho usato. Ce ne possono essere di altri ma bisogna stare attenti a diversi punti:
- non associare mai la morte con il sonno: SI E’ ADDORMENTATO E NON SI SVEGLIA PIU’. Questo potrebbe turbare gli addormentamenti successivi
- Far capire subito l’irreversibilità
- Dipingere la morte come positiva per la persona che è morta
- Spiegare il più possibile le cause della morte i particolari sono bene accetti dai bambini. I bambini sono molto morbosi e, dopo che vi siete ripresi dal vostro dolore, parlare con loro delle cause della morte gli permetterà non solo di non crearsi sensi di colpa ma anche di avere più cose su cui soffermare l’attenzione, che non la sola morte: vi sorprenderete quante domande possono tirare fuori, più dettagli gli date e più domande vi faranno e più il dolore si allontanerà da loro ma…
- se le domande si fanno troppo insistenti e la vostra disponibilità all’argomento sta scemando, prima di un attacco isterico chiedete dolcemente “Tesoro adesso mamma preferisce non parlare più di questo argomento, perchè si sente un pò triste, se vuoi ne parliamo un’altra volta!”… tanto state sicuri che ricominceranno.
- Far sentire che si è tristi, anche piangere è importante, e farvi vedere che piangete autorizza vostro figlio a piangere…il pianto sembra come lavare via la sofferenza e poi…la vita continua!!!
Penso proprio che molta della mia sicurezza nel gestire alcuni problemi sia dovuta alla mia giovane età, che mi permette di essere un pò più sconsiderata degli altri nell’approcciare i problemi, lì dove sconsiderata non vuol dire che non valuta le conseguenze ma che è pronta a considerare per buone delle strade alternative.
Il mio straining sono stati i miei figli la cui diversità è sconvolgente, soluzioni valide per l’uno assolutamente non erano valide per l’altro e uno dei campi in cui i miei figli erano totalmente diversi era proprio il loro raporto con il ciuccio.
Questo trumento tanto adorato dalle mamme nei primi mesi di vita perchè le solleva da molte notti insonni o da un’attaccamento morboso del bambino al seno anche quando non ha fame, diventa un enorme peso al momento in cui bisogna insegnare al bambino a distaccarsene.
Quando ero piccola mia madre usò un metodo molto semplice: mi disse che ero troppo grande per il ciuccio e io, orgogliosa com’ero lo buttai subito. Ciò non tolse che nei giorni successivi lo chiesi, ma mamma non mancava di ricordarmi che ero stata proprio io a buttarlo.
E così feci con la mia grande. Intorno ai due anni e mezzo decisi che era il momento di togliere il ciuccio perchè il palato si stava irrigidendo e perchè i denti le stavano crescendo storti. Pensai subito al metodo di mia madre, che, come vi potete immaginare, non funzionò. Tergiversai per un periodo e poi decisi di fare un gioco con lei: ogni giorno il suo ciuccio andava a farsi una bella passeggiata e lei stessa lo riponeva ogni mattina nella credenza della cucina e la sera andavamo a vedere se era tornato. questo gioco durò per un’intero anno, fino a che decisi di dirle che il ciuccio non era tornato dalla passeggiata, perchè si era perso! Lei accettò la scusa e visse serenamente il distacco che già aveva imparato a maturare nell’anno precedente.
Per il secondo il problema non ci fu perchè decise che i ciucci nuovi non gli piacevano perchè erano troppo duri, così appena gli cambiai ilciuccio, intorno al primo mese, perchè era troppo logoro, lui decise di rifiutare il nuovo arrivato. Il problema sembrava scampato fin quando mi accorsi che l’interesse per il ciuccio si era trasferito sul biberon. Ciucciava tutta la notte, latte e biscotti, e quando il problema delciuccio si presentò anche per la tettarella fu la catastrofe: un vero lutto per tutta la famiglia. 5 ore per addormentarlo, più di 4 notti passate in macchina a dormire perchè era l’unico posto in cui riuscivo a farlo addormentare e poi ero terrorizzata al pensiero che si potesse risvegliare, sveglia prestissimo perchè era affamato (dato che era abituato a mangiare tutta la notte, lo credo bene), insomma la catastrofe. Dovemmo conservare la tettarella rotta per molto tempo in modo da ricordargli, negli attimi di sconforto, il suo amico biberon, ogni tanto gli riproponevamo altre tettarelle ma niente. Comunque dopo un mese tutto rientrò da solo, senza il minimo sforzo se non quello di assecondare i suoi momenti di nostalgia.
Cosa può aver insegnato questo approccio: il vecchio detto che il tempo cura tutti i mali è vero, il fatto che i bambini soffrano al cambiamento è normale, cerchiamo di accompagnarli nell’accettazione del cambiamento standogli vicino e coccolandoli.
Perché le donne, rispetto alle femmine di animali, partoriscono in modo più doloroso?
Se si osservano partorire gli animali, non sembrano soffrirne…forse in qualche modo la capacità della nostra specie di mettere alla luce i piccoli è stata alterata?
Sembra che i dolori del parto siano una diretta conseguenza della posizione eretta che impone esigenze di deambulazione incompatibili con la cintura pelvica femminile che funge sia da canale per il parto che per sostenere il corpo, diventando una sorta di compromesso tra due funzioni essenziali.
Ma allora nelle civiltà tribali? E nei tempi preistorici?
Non vi sono, o erano, ospedali, ostetriche, medicine, anestesie.
Si potrebbe rispondere che in queste società la donna era abituata a lavori fisici molto pesanti e che il loro corpo era in grado di sopportare meglio il dolore, potrebbe essere molto sensato soprattutto se si considera che per molto tempo alle donne è stato interdetto il lavoro fisico.
Ma da sola questa giustificazione non regge.
Esistono due grandi differenze tra il modo semplice delle nascite nelle società tribali e le nostre:
-IL LUOGO dove si partorisce
-LA POSIZIONE in cui si partorisce
Nelle società tribali si partorisce in luoghi familiari, con l’affetto e l’aiuto delle donne più anziane, mentre la neo-mamma civilizzata si vede portata in un luogo sconosciuto, comunemente associato alla malattia e al dolore, tutte associazioni che possono creare uno stato di ansia nella futura madre.
Cosa comporta l’ansia?
Se osserviamo una giumenta in procinto di partorire, riesce a ritardare il momento del parto, fino al momento in cui si sente completamente sicura esercitando il controllo sugli intervalli tra una contrazione e l’altra.
Quindi, a metà della notte, quando sono sole e nel perfetto silenzio…partoriscono.
Qual è questo meccanismo?
Se la madre in attesa si sente impaurita ed ansiosa, viene rallentato automaticamente il travaglio, grazie ad una sostanza chimica secreta del Sistema Nervoso, l’epinefrina.
La funzione biologica di questo rinvio è quella di cercare un ambiente confortevole prima di rendersi vulnerabili.
E la stessa cosa accade per la donna.
Questo va bene in un ambiente primitivo, ma per la donna moderna è altamente svantaggioso, perché l’ansia ritarda il parto, il prolungarsi delle doglie la rende più ansiosa e impaurita…un circolo vizioso.
È per questo che l’ambiente ospedaliero, comunque consigliato per questioni igieniche, deve essere il più familiare e rassicurante possibile, è per questo che si è introdotta la consuetudine che il padre assista al parto.
Ma nelle tradizioni più antiche sono sempre state delle donne che avevano già partorito a dare conforto alla partoriente: un uomo ansioso può rivelarsi più un problema che un reale sollievo, ma spesso è l’unico supporto su cui può contare una donna.
La soluzione? Restare a casa!
Ma la casa, in caso di complicazioni non è un ambiente sicuro e questo può essere fonte di preoccupazioni.
La scelta finale resta quindi alla donna.
Scelto il posto bisogna trovare la posizione giusta e, sicuramente, non è quella sdraiata adottata dagli ospedali, in quanto non tiene conto della forza di gravità: invece di ‘lasciar cadere il bambino’ la madre viene incoraggiata a ‘spingere’.
Nelle società tribali normalmente la donna partorisce accovacciata. Anche nei geroglifici il momento della nascita è illustrato in quella posizione.
Lo stesso avveniva tra i Babilonesi, Greci e nelle civiltà precolombiane. Nell’Antica Roma esistevano delle sedie con un buco al centro del sedile da cui passava il bambino, mentre la madre si aggrappava ai braccioli: tali sedie sono state utilizzate in Europa per diversi secoli.
Questa posizione non elimina totalmente il dolore ma, quantomeno, rende tutto più rapido e semplice.
Per tutti i genitori che hanno un figlio che deve andare per la prima volta alle elementari ecco il mio caloroso augurio che l’inizio sia il più sereno possibile!
Se siete preoccupati, se già avvertite la nostalgia del vostro cucciolo che ormai sta crescendo, se avete una piccola peste e avete paura che vi possa dare preoccupazioni il consiglio è: AKUNA MATATA! (Non ci pensare!)
Per vostro figlio è un passaggio importante e rendere questo appuntamento il più coinvolgente possibile lo farà sentire parte di un cambiamento importante legato solo a lui!
Andate insieme a comprare zaini, astucci, diari, matite, penne, quaderni… tutto rigorosamente scelto da lui, fate delle foto con il grembiule e lo zaino, fate mostrare il vostro bottino di guerra (la vostra spesa per la scuola), a tutti quelli che vengono a casa vostra.
Tutto questo serve a voi per esorcizzare la paura e a lui per non avvertire le vostre paure.
Sì, perché le paure sono vostre non sue poiché ancora non sa cosa vuol dire andare a scuola e cosa comporti.
Se avverte le vostre tensioni sarete voi i primi a dargli un’impressione negativa.
Il primo giorno di scuola sarà terribile (sempre per il genitore!), tutto il giorno penserete se gli sarà piaciuto, se si sarà comportato bene, se è stato all’altezza.
Vi annuncio che il primo giorno di scuola, statisticamente parlando, i bambini fanno poco e niente: si presentano alla classe e alle maestre e tutt’al più scriveranno la data sul quaderno e all’uscita vi porteranno un foglio con le richieste delle maestre sulla cancelleria che deve avere ogni bambino e l’eventuale richiesta di un grembiule.
Tutto qua!
I problemi, se devono venire, verranno dopo quando sarete più rilassati e penserete che il peggio è passato: iniziano i compiti a casa, e con questi anche le lotte, i richiami delle insegnanti (se il bimbo è irrequieto), le riunioni di classe, e tante altre novità.
Ma qualsiasi cosa accadrà sarà molto meno peggio di quello che vi sareste immaginati, perché i problemi di un bambino vivace sono gli stessi all’asilo e alle elementari e perché le cose viste una alla volta, sono meno peggio che pensate tutte assieme e, a meno che vostro figlio non sia un uragano, più di un richiamo al giorno non dovreste averlo!
Comunque, a parte gli scherzi, siate il più positivi possibile, poiché niente di ciò che farete prima vi potrà evitare ciò che accadrà dopo…quindi vivetevi questo magnifico passaggio di vostro/a figlio/a e rendetelo per lui/lei un momento magnifico!
Bene, penso che sia una delle cose più traumatizzanti della prima infanzia, per un genitore naturalmente.
Prima di togliere il pannolino vostro figlio era l’ultima persona con cui vi sareste arrabbiati? Dal momento in cui toglierete il pannolino, anche se siete le persone più ragionevoli al mondo, dopo la decima pipì sul pavimento con annesso cambio, dopo che, naturalmente, per evitare il disastro li avete accompagnati al bagno almeno 100 volte, vi assicuro che la pazienza scappa.
Normalmente è consigliato iniziare a togliere il pannolino in estate, per agevolare il cambio e limitare i danni e le lavatrici, ma non sempre il problema si esaurisce entro il termine della bella stagione e la scuola inizia inderogabilmente a settembre… è lì che iniziano i problemi!
Ma iniziamo dalla parte semplice (per modo di dire)!
Le tecniche usate per abituare i bambini a fare la pipì nel vasino sono tante, mia madre, addirittura, mi permetteva di portarlo con me per tutta casa. Io personalmente ho comprato un vasino ma i miei figli non lo hanno usato molto, preferendo subito fare la pipì nel water. Questo penso che sia dovuto al fatto che noi non usiamo chiuderci a chiave nel bagno e quindi i bambini possono accedervi in ogni momento, anche nei momenti in cui noi stiamo al bagno e sono abituati a vederci fare i nostri bisogni e a vedere i gesti che si compiono nell’atto dell’andare al bagno insomma, è come se dall’esempio riuscissero a trarre l’ispirazione per compiere quel gesto, con la stessa semplicità con cui lo vedono fare dai grandi.
Un’altro modo è quello di portarlo ogni 10 minuti ricordandogli che qualora gli scappasse la pipì o la cacca deve andare velocemente in bagno, tirarsi giù i pantaloni (non sempre è scontato!:-P), e sedersi. Più siete eloquenti e meglio è, se, poi, accompagnate il racconto mimando i gesti che state raccontando, le vostre parole rimarranno più impresse. Mimare può voler dire o che lo fate su voi stessi o che lo aiutate nei gesti che poi dovrà compiere al momento del bisogno.
Può capitare che vostro figlio faccia la pipì proprio vicino al water, le cause potrebbero essere o che non si sia accorto in tempo che gli scappava o può aver trovato difficoltà ad abbassarsi i pantaloni: ripetere il gesto con il vostro aiuto e mettere degli indumenti facilmente gestibili dal bambino, può aumentare la sicurezza in se stesso.
Per i maschi forse è più facile capire quando è il momento di intervenire in quanto cominciano a toccarsi insistentemente il pisellino, ma spesso, nonostante questo preavviso, risulta difficile farli distrarre da un’attività che li interessa, quindi come operare in questi casi:
- chiedere se gli scappa la pipì portando la sua attenzione sul problema poichè è possibile che non se ne sia accorto
- fargli capire che se si fa la pipì addosso il suo gioco verrà interrotto per molto più tempo dei 2 minuti che servono per andare in bagno.
Normalmente il problema della pipì addosso durante la giornata è abbastanza facile da gestire, ben altra questione è il controllo durante la notte. Entro sei mesi potreste aver risolto il primo problema mentre il secondo si può protrarre anche per diversi anni.
E’ veramente spettacolare vedere come possiamo assomigliare agli animali e come, le nostre usanze, la nostra civiltà abbiano alterato molto il nostro modo di percepire e percepirci.
Per caso mi sono ritrovata a leggere diversi argomenti di antropologia e mi sono sembrati talmente interessanti che li voglio condividere con voi.
Visti i temi del sito mi soffermerò molto sull’antropologia del neonato.
Queste piccole curiosità vi potranno guidare ad una presa di coscienza maggiore dei piccoli ‘difetti’, delle piccole particolarità dei vostri figli, perchè vi possiate stupire del meraviglioso miracolo della vita e non considerare eccessivamente cose che in realtà sono naturali.
Spero, inoltre, che vi possano servire per avere più coscienza sulle scelte che farete per i vostri figli.
conto che queste letture vi solletichino l’interesse e la voglia di sapere.